Un anno dopo

E' trascorso un anno dall' 11 settembre 2001. Un anno dall'attentato. Un anno dal giorno in cui qualcosa è cambiato, anche in me.
Un anno che ho vissuto raccogliendo nello zaino dei ricordi e delle sensazioni, paure nuove e nuove incertezze. Ma pure qualche convincimento che, se prima lo covavo in me senza rendermene conto, ora lo sento vivo più che mai.
Un anno dove a migliaia d'immagini hanno corrisposto altrettante vite distrutte, dove miliardi di parole hanno riempito l'aria e chilometri di carta.
Un anno durante il quale ho faticato a non farmi ghermire dall'odio, dall'incomprensione, dal rancore. A distinguere i fatti ed i discorsi, cercando di smacchiare, gli uni e gli altri, dalle reazioni istintive, dai preconcetti infidi e falsi degli interessi di partito o economici, dall'ottusità di chi al posto del cervello usa le parole di un libro interpretate da altri, dalle rivendicazioni di potere travestite da rivendicazioni sociali e dai ragionamenti queruli di chi, in ogni caso, deve lordare tutto e tutti.
Mi sono anche chiesto cos'ho compreso, cosa ho imparato di nuovo. Che fine hanno fatto le parole di mio padre che m'insegnavano a capire gli uomini e il significato di libertà, di tolleranza, d'umanità. I loro principi erano reali o un'utopia o, forse, appartenevano ad Esseri di qualche altro pianeta che e non il nostro. No. Erano e sono veri e quanto è accaduto, li ha rafforzati ancora di più. Deve essere così.
Ho riletto quello che avevo scritto in occasione dell'11 settembre e ho scoperto che non cambierei una parola. Anzi, avrei ancora altro da aggiungere per urlare che, fatti così, non possono avere giustificazioni, nemmeno se a questa nostra imperfetta civiltà occidentale si potesse addebitare in esclusiva le colpe dei mali che ancora affliggono i popoli più poveri, così come quelli che la democrazia non gliela lasciano vivere.
In questo periodo ho assistito e condiviso con un'infinità di miei simili lo sbigottimento e l'angoscia, visto e rivisto le immagini che avrei pensato inimmaginabili e che ancora oggi, a distanza di un anno sconvolgono.
A queste, si sono aggiunte quelle della guerra in Afganistan, della morte e della distruzione, della desolazione degli orfani con la loro miseria e le loro ferite spaventose, i filmati di quella che era prima la loro vita, le esecuzioni praticate dai Talebani, il mondo oscurato delle donne, l'inaccettabile principio che anche il gioco di un bambino è peccato.
Ho assistito al risveglio del terrorismo dove ci si uccide pur di uccidere, all'orgoglio forzato di genitori che hanno perso un figlio che si è fatto esplodere, all'esaltazione nelle strade tra pupazzi in fiamme e bambini emuli di adulti esaltati, ai carri armati che distruggono le case ed autobus ridotti a rottami fumanti tra sofferenza e morte. Ho visto anche cortei dove si predicava la Pace, si onoravano coloro che un anno fa sono morti nell'attacco più feroce che mai mente criminale abbia potuto attuare, ma ho visto anche altri cortei, dove uomini che vivono in democrazia, giustificavano ed esaltavano questo nuovo aspetto della guerra. Perché questa è guerra, una nuova forma di guerra, fuori dagli schemi, senza fronti, con avversari invisibili e codardi. Nemici che non distinguono i militari dai civili e gli uomini dalle donne e i bambini.
Ho rabbrividito al pensiero che tutto ciò si trasformi in uno scontro tra civiltà e culture, tra concezioni diverse di fede. E da uomo convinto che se c'è un Dio, questo è in noi, nella nostra positività e non può essere un'entità infinitamente potente da poter decidere per me, e privarmi della libertà di pensare, giudicare, ragionare, in sostanza, della mia vita, ho rifiutato questo confronto.
Non esiste nessuna naturale contrapposizione tra fedi e civiltà, è uno scontro indotto, artefatto, a cui dobbiamo assolutamente opporci. I nemici, quelli veri, sono coloro che vogliono farcelo credere e da burattinai ingordi di potere e ricchezza, approfittano dell'ignoranza, della povertà, che coltivano e distribuiscono senza scrupoli assieme alla droga. Burattinai che giocano con il resto del mondo e quest'anno trascorso ne è l'ennesima conferma.
La strage dell'11 settembre non va dimenticata. Con essa, l'Uomo ha fatto un passo indietro nel suo cammino, ha mostrato il suo volto peggiore, ma nel contempo, quel giorno di un anno fa, ha risvegliato qualcosa che molti di noi avevano dimenticato: che questo pianeta non ha bisogno di sola tecnologia, ma anche di giustizia ed equità, per tutti.

paolo carbonaio




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