15 - L'Umanità gioca a calcio

Pur non essendo un appassionato di calcio, sono rapito dalla televisione che in questi giorni trasmette le partite del mondiale, perché a giocare sono i migliori calciatori del mondo e sono affascinato dalle prodezze che riescono a compiere nel contendersi e tenersi il pallone, nel gioco di squadra e nelle decisioni che attuano in una frazione di secondo nel tentativo di mandarlo in porta.
Mi affascina pure lo spettacolo degli spalti gremiti di migliaia e migliaia di persone, dove i loro entusiasmi e le loro delusioni sembrano fuse in un'unica emozione, tanto che i singoli individui si trasformano in un solo Essere palpitante, finché la telecamera zumando mi avvicina tanto da permettermi di distinguere i singoli personaggi. Allora scopro l'animo clown del tifoso, la sua incontenibile gioia, l'esaltazione che lo afferra e lo sconcerto, la rabbia. Migliaia di persone che si affrontano emotivamente tra loro in un tifo goliardico che a volte rasenta la follia, eppure unite assieme nel vivere novanta minuti di contesa per un pallone.
Ed è proprio osservando quest'umanità messa insieme da uno sport, alla quale si aggiungono le centinaia di milioni di spettatori che dal resto del pianeta assistono e provano uguali emozioni, che mi rendo conto che questo nostro pianeta è in realtà un unico popolo composto sì da razze, culture, religioni diverse, ma da un comune universale bisogno di vivere.
Come sembrano lontane di fronte a questo spettacolo le tante guerre che si stanno combattendo, le carestie con la gente che soffre e muore, gli Stati oppressori, coloro che sono perseguitati e prigionieri, quelli rinchiusi nei bracci della morte e com'è inconcepibile che, mentre milioni di noi s'infervorano per un pallone, altri progettano eliminazioni di massa, stragi con bombe nucleari, armi chimiche e batteriologiche. Una minoranza pronta a sterminare in grado di condizionare una stragrande maggioranza che vuole vivere. Perché lo sappiamo, la grande sfida dell'Uomo, come nel pallone, è l'eliminazione della povertà, della fame e della sete, dell'emarginazione, della prevaricazione di pochi su molti, in un'unica parola dell'ingiustizia.
Il pallone non è che un momento di gioia e divertimento, un surrogato di felicità e tra tutta questa gente che tifa saranno milioni quelli che le ingiustizie le subiscono, che vogliono un mondo migliore, più equo.
Così, osservando gli spalti e quella marea di gente eccitata, mi sono chiesto se tra loro c'e un terrorista, qualcuno di Al Qaeda o di qualche altro gruppo del genere, perché tra le nazioni presenti con la loro squadra ce ne sono di ogni razza e religione, di ogni paese. Mi sono chiesto se ha una sua squadra del cuore, se ne indossa la maglietta e se si è dipinto la faccia con i suoi colori. Un uomo che non è lì per organizzare o mettere a segno un attentato, ma per tifare e basta.
Mi sono domandato che uomo può essere - sempre che ci sia - uno che ha le mie stesse emozioni di fronte ad una partita e poi ha la folle lucidità di farsi esplodere per uccidere, oppure di piazzare un'autobomba davanti ad un tempio di preghiera, lanciare un aereo su di una città.
Mi sono chiesto com'è strutturata la sua mente, quale strana alchimia riesce a dividerla in compartimenti talmente stagni e separati da poter gioire con altri come lui e poi straziarne le carni con l'esplosivo. E di qui, alla sua esistenza che fino al momento dell'attentato ha vissuto condividendo con altri le strade, i negozi, le scuole, le conoscenze, i divertimenti, le amicizie, forse anche gli affetti.
Che genere di essere, stando alle notizie secondo cui ci sono i terroristi in "sonno", può vivere con i suoi simili, sapendo che al momento opportuno si trasformerà in un assassino spietato? Quale meccanismo perverso è in grado di programmarlo come una bomba a tempo? Perché c'è qualcuno in grado di prendere una mente che, salvo prova contraria dovrebbe avere il dono della logica, del raziocinio, e cancellarne l'umanità, quel filo che la fa simile a quella di tanti appartenenti ad un'unica specie. Un meccanismo perverso messo in atto da altri uomini capaci di istillare l'odio, di fomentare la violenza, l'intolleranza, un'incontenibile voglia di uccidere indiscriminatamente i suoi simili, gli stessi che ha visto vivere come lui e, in uno stadio, gioire e arrabbiarsi come lui.
Allora si devono fare delle distinzioni e dividere questi assassini in mandanti ed esecutori e comprendere, senza accettarlo in ogni caso, che i veri nemici non sono sempre coloro che poi si trasformano in bombe viventi, ma coloro che li plagiano, li trasformano, insegnano l'odio, lo stravolgono e trasformano in un atto di fede. Sono questi odiosi capipopolo, questi detestabili religiosi di un dio artificiale costruito per i loro interessi, fomentatori e produttori di morte, il cancro che avvelena il pianeta.
Un cancro che non è possibile giustificare ed accettare, per quanto diverse siano le opinioni politiche di ognuno di noi, qualcosa da estirpare assolutamente, da combattere, da cancellare da questo Mondo che è certamente imperfetto, spesso ingiusto e crudele, ma che nonostante ciò, anche se troppo lentamente bisogna ammetterlo, continua a migliorarsi e farsi più "umano". La strada giusta è quella che dovrebbe vedere chi ha di più aiutare chi non ha nulla, distribuire più equamente, aiutare anche gli altri a vivere meglio. Forse, ne ho la sensazione, ma questa è la nuova coscienza dell'Uomo, la nuova frontiera da raggiungere che però richiede un cammino veloce con pochi discorsi e più fatti perché con i primi si continua a morire, mentre con i secondi si sopravvive.

paolo carbonaio



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