Volti dimenticati.

La televisore e le pagine dei quotidiani, giorno per giorno, ci mostrano centinaia di volti, che ritroviamo poi nelle vie e nelle piazze delle nostre città. Facce tormentate, estranee, diverse. Sono di coloro che vediamo sbarcare dalle carrette fatiscenti del mare, raccolti sulle spiagge, ammassati nei ricoveri. E' gente vestita miseramente, sdrucita, gente imbacuccata in abiti stranieri, con le teste coperte da zucchetti e da scialli. Sono i volti degli immigrati, dei disperati del nuovo millennio che approdano da noi, ma ci ricordano quelli della gente incolonnata che fugge dai bombardamenti della guerra, dalle rivoluzioni violente, dalla paura e dalla morte. Gente simile a quella che vedevamo nei Balcani, nei vecchi filmati mentre fuggono all'avanzata delle truppe naziste, nei notiziari durante le guerre etniche africane.
Sappiamo che tra questi nuovi arrivati c'è chi non viene solo per il bisogno di sopravvivere e lavorare, e forse un giorno ruberà, ucciderà, lavorerà nel mercato della droga o della prostituzione. Siamo anche coscienti che qualcuno è venuto per ingrossare le file del terrorismo islamico. Ne siamo coscienti, ma non sappiamo distinguerli e così li accettiamo nella massa, perché è lontano dalla nostra cultura rifiutarli. Sono parte di un miserabile tutto, vittime dell'ingiustizia, della fame e della violenza di Paesi governati da despoti sanguinari. Donne e uomini che la vita ha condannato ad un'esistenza priva di speranza, che cercano una rinascita in quei Paesi dove il benessere sembra un frutto dolce e maturo che basta raccogliere e gustare e non si nega a nessuno.
Davanti a queste migliaia di occhi, sguardi impauriti di bimbi, stanchi sorrisi di madri felici che i loro figli sono salvi sulla terra ferma, di uomini emaciati con la barba lunga da giorni, siamo diventati spettatori avvezzi. Non ci meraviglia più nulla e non sono più una novità. Sono i soliti arrivi, le solite facce subito dimenticate. Immagini che durano un secondo o due. Forse meno. Ma tra loro, scorgiamo altre facce, altri sguardi, altre braccia che, al contrario di quelle dei disperati, non si protendono verso terra, ma afferrano piccoli corpi stremati, circondano le spalle alle donne per sorreggerle. Mani bianche di lattice, le maniche azzurre, blu, grigioverdi delle divise. Qualche camice bianco.
Questi volti, queste figure, ci passano davanti senza che ce ne rendiamo conto, tanto siamo presi dall'osservare gli stranieri appena arrivati. Non ci pensiamo. Ci rendiamo conto della loro presenza solo quando un microfono li obbliga a parlare, a fare una dichiarazione. Un commento striminzito e spesso imbarazzato. Per noi è naturale che ci siano e non vediamo che spesso l'angoscia, la pietà e la stanchezza è evidente anche quando hanno un sorriso di compiacimento. La soddisfazione di aver salvato delle vite. Non pensiamo nemmeno alla loro fatica, al fatto che hanno sopportato il maltempo, il freddo, il caldo, l'odore di stive dove centinaia di esseri sono raccolti. Alle ore che hanno trascorso a pattugliare dal cielo, a battere le onde del mare, a fissare uno schermo Radar. Di loro si parla quando falliscono. Allora sì che esistono e diventano il soggetto.
Sono tanti, migliaia, li abbiamo attorno, li incontriamo continuamente, con divise diverse, percorrono le nostre strade e navigano le nostre coste. Ci sono così naturali che ce ne dimentichiamo subito. I loro volti li osserviamo raramente, a meno che non ci prendano in castagna o mentre ci controllano i documenti oppure accorrono ad aiutarci e anche così, dopo un po', li dimentichiamo relegandoli tra i ricordi che svaniscono subito.
L'occhio delle telecamere a volte li inquadrano, per pochi attimi, quasi sempre nei momenti peggiori. Negli stadi pronti a fermare chi allo sport partecipa con gli stessi sentimenti dei barbari che calavano nelle nostre pianure. Ce li mostrano sulle strade nell'attesa di dover affrontare qualche orda di scalmanati che con la loro rabbia rifiutano la civiltà, gente che crede che distruggendo si migliora il mondo. Scopriamo che sono a migliaia di chilometri dalle loro case in posti del mondo inospitali e pericolosi anche lì a rischiare per servire e difendere la vita di gente che non parla la nostra lingua, ha un credo diverso e non sa nemmeno cosa sia la democrazia e una vita libera e agiata.
Allora, facendo un po' d'attenzione, vediamo che sotto quei berretti, sotto i caschi, dietro le visiere di plexiglas annebbiate dal respiro, ci sono sguardi tesi, c'è preoccupazione, tensione, certamente anche paura. Non sono copie di serie di Robocop e nemmeno seguaci di Rambo, ma sono donne e uomini come noi che, per coscienza civile e a volte perché la loro Terra non offre possibilità di lavoro, si arruolano ben sapendo che la loro sarà una vita ricca più di sacrifici che di soldi. Persone che hanno mogli, figli e genitori che per loro trepidano sapendoli ogni giorno a rischiare la pelle.
Non stanno dalla parte opposta della barricata. Non sono loro a costruirle le barricate e nemmeno sono incaricati di privarci dei nostri legittimi diritti. Sono gli stessi che vediamo mentre arrestano delinquenti pericolosi, assassini, stupratori, mafiosi e sempre più spesso perdono la vita per mano di delinquenti ai quali regole troppo permissive aprono le porte delle carceri. Sono quelli che ci raccolgono quando ci ammassiamo tra le lamiere contorte delle nostre macchine sulle strade. Quelli sui quali facciamo affidamento per difendere le nostre vite e le nostre proprietà.
Li pretendiamo perfetti, però, privi di sentimenti propri, privi di reazioni naturali. Li consideriamo necessari, indispensabili nella loro anonimità, ma dobbiamo accettare che anche loro possano sbagliare. Non li vogliamo, giustamente, al di sopra della Legge, ma li vogliamo e se mancano protestiamo.
Sono le barriere che la Società ha contro il Caos, dobbiamo ricordarlo sempre, anche quando qualcuno di loro sbaglia e non dimenticare mai che molti di loro hanno dato la vita per noi, al fine di consentirci di vivere serenamente e di prosperare.
Sì, perché è tutta Società la nostra, buone e cattiva. Ed è confortante sapere che la parte buona è di gran lunga maggiore di quella cattiva. Ci fa sentire bene, nonostante quello che capita ogni giorno. Ma questa sensazione non è dovuta solo alla personale soddisfazione del nostro agire onesto, ma, e non va mai dimenticato, anche a questi nostri compagni difensori di Civiltà.

paolo carbonaio




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