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- C'era una volta un Paese
C'era
una volta un Paese molto bello. Aveva splendide montagne ed un mare
azzurro e limpido, le sue città erano piene di capolavori architettonici
ed i musei traboccavano di opere d'arte di celebri artisti e la sera
si potevano sentire musiche deliziose di compositori famosi. La sua
cucina, varia e saporita era apprezzata in tutto il mondo, così
come il vino che si ricavava dai vigneti delle sue verdi colline, le
donne erano sempre eleganti e vestivano abiti firmati dai stilisti migliori.
Insomma, un gran bel Paese, meta di visitatori disposti a fare migliaia
di chilometri per poterlo visitare. La cultura e la bellezza erano di
casa e non c'era angolo più nascosto che non meritasse un applauso
per la natura o per i tesori d'arte che vi custodiva.
Unico neo, tra tutta questa bellezza, era il carattere dei suoi abitanti,
piagnucoloso, querulo, paesani sempre pronti a protestare e condannare,
eternamente scontenti e insoddisfatti. Per loro non c'era mai nulla
che funzionasse a dovere, ogni fatto della vita quotidiana, dal lavoro
al tempo libero, dalla culla alla pensione, erano motivo di insoddisfazione.
Erano convinti che, per il solo fatto di essere cittadini che pagavano
le tasse, tutto fosse loro dovuto e tutto dovesse procedere come un
orologio svizzero. Strade pulite come lavandini luccicanti di Mastrolindo,
traffico scorrevole ovunque, treni e aerei sempre puntuali, aria pura
e incontaminata anche nei centri città, energia per illuminare
e riscaldare inesauribile, assoluta mancanza di malavita, servizi sanitari
degni del miglior telefilm americano, scuole di ogni ordine e grado
come nei migliori college inglesi, perfetta ricezione di telefonini
ovunque, programmi televisivi interessanti, emozionanti e divertenti,
città silenziose la notte, divertimenti ad ogni fine settimana
e vacanze prive di affollamenti e caos. Insomma un Paese perfetto, tanto
perfetto da poterlo paragonare al paesino tutto dolcezza e sorrisi di
Haidi.
Un diritto sacrosanto per chi paga le tasse e quando ci sono le elezioni
va al seggio a fare il suo dovere di elettore, anche nelle fredde giornate
di pioggia o in quelle dedicate ai bagni di mare. Giusto? Questa almeno
era la loro convinzione: il diritto sacrosanto di vivere in un Paese
dove tutto fila alla perfezione e dove tutto è dovuto.
Ma non era così. Così sarebbe stato se tra tutte le bellezze
del Paese si fosse potuta annoverare anche la bellezza di tutti i paesani,
senza alcuna eccezione e non si parla di bellezza fisica, ma morale.
Perché non basta delegare ad altri la gestione di un Paese e
tanto meno è sufficiente disinteressarsene fino alla scadenza
del loro mandato. Non è neppure sufficiente comportarsi onestamente
evitando di rapinare banche, spacciare droga, rapire possidenti, compiere
omicidi e altri crimini simili. Il problema è che la gente per
la gran maggioranza, una volta delegato il governo ad altri disponibili
ad occuparsene, si guarda bene dal collaborare a mantenere tutto in
efficienza, tanto non spetta a loro farlo. Loro pagano le tasse e poco
importa se c'è chi i beni pubblici li rovina, tanto sono pubblici
e non loro personali, se ne frega dei consumi energetici, lascia l'auto
in seconda fila e sporco dappertutto, compie piccoli reati fiscali perché
si crede furbo, frega qualche mezz'ora all'orario d'ufficio, oppure
si fa timbrare il cartellino dai colleghi e poi ricambia per spirito
di corpo, addebita spese fittizie sulla nota spese, viaggia e spende
per sé soldi pubblici ed altre piccole manchevolezze e artifici
che, alla fine, non sono altro che piccoli reati. Che ci pensi chi governa
a sistemare le cose e far sì che non accadano, a loro spetta
solo il frutto di una perfetta amministrazione, un frutto dovuto e da
godere tranquillamente. Loro hanno diritto ad una vita individuale tranquilla,
senza grandi cambiamenti e stravolgimenti del Paese, perché le
novità e le migliorie utili alla comunità, se non sono
dirette allo specifico beneficio personale, diventano un disturbo, una
scocciatura che viola la tranquillità e forse la stessa salute,
se non altro quella psicologica. Perché preoccuparsi dell'eliminazione
dei rifiuti dopo che il camion della nettezza urbana ha vuotato il bottino
sotto casa, da lì in poi la cosa non li riguarda. E così
vale per la grandi infrastrutture. Chi se ne frega se le merci devono
viaggiare speditamente, visto che pochi utilizzano il servizio o, peggio,
lo fanno cittadini di altri paesi che nulla hanno a che fare con il
proprio? Non ha nemmeno importanza se una città d'arte unica
al mondo affonda nel mare col tempo, tanto l'hanno già visitata
e poi ci sono un'infinità di foto per ricordarla, compreso il
filmetto in superotto girato durante il viaggio di nozze. E l'energia
elettrica? Perché sconvolgere il paesaggio, inquinare l'aria
con le onde elettromagnetiche proprio nella propria zona, quando ci
sono altre zone da occupare con linee aeree, magari oltre confine, quello
del Comune accanto. Dopo tutto a loro interessa solamente illuminare
la casa la sera, scaldarsi l'inverno e guardare la televisione e per
questo è sufficiente allacciarsi alla presa sul muro.
Una vita serena, in un Paese perfetto. Questo è quello che conta
innanzi tutto. Qualcosa di irrealizzabile finché si è
convinti che pagare le tasse e fare la fila ai seggi elettorali sia
tutto ciò che un Paese può pretendere dai suoi cittadini.
E questa, purtroppo, non è una favola, come si potrebbe pensare
erroneamente dal titolo.
paolo
carbonaio |