Gas
Gasper
e il mistero delle infermiere assassinate
l'inizio della storia...
1.
La storia iniziò quando trovai
la gamba. Ero andato a casa di Topazia, una delle mie donne, per
fare quattro salti.
Ho detto proprio quattro salti e chi vuole intendere, intenda pure.
È inutile che vi atteggiate a gente seria e mettiate su quell’espressione
ambigua già alle prime righe della storia, io non sono un
tipo da pantofole e tivù come voi. Il fatto, è che
voi non conoscete Topazia, certamente non come la conosco io, spero.
Un po’ di più che in senso biblico, se vogliamo essere
espliciti. È una tipa che voi nemmeno ve lo sognate. Ha tutto
e di tutto ne ha in abbondanza. Ha due cose così che a prima
vista sembrerebbero esagerate, ma vi giuro che, senza, assomiglierebbe
ad un’autostrada deserta. Per non parlare dell’opposto,
che dà l’idea di un mappamondo, ma non quello terrestre,
quello del paradiso. Insomma una pupa speciale. Una via di mezzo
tra l’Oscar delle maggiorate, un frappé di Miss Mondo
alle fragole con crema pasticciera e la prima danzatrice del ventre
premiata alle ultime Olimpiadi.
La prima volta che la vidi, decisi che dovevo assolutamente conoscerla
meglio e così mi misi subito in ferie. Dopo tre mesi, non
avevo ancora completato la conoscenza.
Spero di essere stato chiaro e così
potrò finalmente ritornare al mio racconto. Se dovessi descrivere
tutte le mie donne, sarei costretto a cambiare tema e trasformare
questo libro in un atlante geografico al femminile.
C’è ancora qualche scettico? Ho capito, birbanti, vi
dà fastidio che all’inizio l’abbia descritta
come «una» delle mie. E allora? Non mi vorrete dire
che a voi garba una vita monotona? A me, No!
Ma adesso lasciatemi continuare. Questo della gamba è stato
uno dei casi più difficili della mia carriera di poliziotto.
Lo giuro. Peggiore di quello della squadra nazionale di Monopoli
annegata nella fontana di Piazza Faccendieri. Intanto, precisiamo
subito che per un Tenente di Polizia come me, fatti del genere sono
all’ordine del giorno.
Chiedetelo pure ai miei colleghi della Centrale e tutti vi assicureranno
che al Tenente Gas Gasper non mancano casi impossibili da risolvere.
Dovrebbero saperlo, visto che a loro lascio quelli possibili e certe
volte sono costretto a dare loro una mano.
E toglietevi quel sorriso dalla faccia, prima che mi arrabbi! Guarda
un po’ se mi dovevano capitare anche dei lettori scettici!
Bene, adesso finiamola di perdere altro tempo!
Allora, come vi dicevo, ero andato a trovare la Topazia. Avevo parcheggiato
la mia Red Racket 6000 sul marciapiede di fronte a casa sua e, preso
l’ascensore, ero salito al sessantesimo piano, dove lei abita
in un appartamentino così piccolo che sembra la casa di Barbie.
Sarei salito anche a piedi, ma non avevo tanta fretta e poi ero
un po’ stanco, avevo appena risolto il caso dell’ippopotamo
scomparso e, vi dirò, riportarlo in spalla al prestigiatore
che se l’era fatto fregare dal cilindro mi aveva lasciato
un accenno di fiatone.
Giunto di fronte alla porta di Topazia, diedi la solita scampanellata
d’avvertimento: tre brevi, tre lunghi e tre brevi. Non chiedevo
soccorso, dopo tutto il salvatore ero io che venivo a rallegrarle
la serata. Al mio segnale, lei aveva a disposizione circa cinque
secondi per truccarsi, riordinarsi i capelli, sfilarsi di dosso
il superfluo, togliere dal frigo i cubetti di ghiaccio per annegarli
in un bicchiere colmo di whisky e stamparsi in faccia un sorriso
seducente.
Passarono dieci secondi, sufficienti per innervosirmi. Odio attendere.
La porta restava chiusa e dall’interno si udiva una musica
che, come le attese, non mi andava giù. Appoggiai l’orecchio
al battente: erano canti di montagna tirolesi.
continua...