pensando e ripensando...

pensieri sparsi e inediti dell'amico mario marion - un uomo discretamente libero e di discreti costumi

Qua e là m'annotavo da tempo degli spunti per un romanzo, ma - raccolti e sviluppati nel computer - s'erano via via talmente dilatati, da costituire un impegno a sé stante. Ogni tematica ne ispirava delle altre, così iniziò un avvincente colloquio col computer o, meglio, con me stesso.

1 - pensieri sparsi

1 - pensieri sparsi e inediti di mario marion


Prese del pane e del formaggio.
Prese la barca, e andò al limite
del mare per pescare il sole,
al crepuscolo.
Lo chiamavano "Dio".
Ma forse solo per prenderlo in giro.

 

Si lavora per vivere, ma non si vive solo per lavorare, e chi pone o intravede nel lavoro l'unica ragione della propria vita, se non cieco, è quantomeno daltonico.

L'amicizia degli animali, e particolarmente del cane, molte volte sostituisce per l'uomo l'amicizia dei suoi simili. Infatti il cane è una creatura istintivamente fedele, affidabile, leale, quindi un amico paziente, tranquillo, di cui ci si può fidare, e che non ha certamente quelle furbizie, quei "distinguo" o, se si vuole, quei limiti che rendono invece l'uomo così diffidente verso i suoi simili.
Inoltre è remissivo, acritico: accetta tutto e non protesta mai.
Al più abbaia o guaisce, ma una carezza o un biscottino... e subito scodinzola, riconoscente e felice. Ovvero proprio come certuni pretenderebbero gli umani, se non altro i cosiddetti amici.

 

Con quell'incondizionata dedizione che dimostrano a chi sentono vicino, gli animali sembrano creati apposta per aiutare l'uomo, per consolarlo, per fargli ritrovare la purezza e l'ingenuità della sua infanzia.
La spontaneità perduta, ma soprattutto quell'entusiasmo di vivere e di rapportarsi alle cose della vita, che il tempo e la consapevolezza della propria individualità, ma anche dei propri limiti, hanno via via arrugginito.


M'imbarazza e alle volte m'addolora dire di no, ma è ben più crudele quel sì che non si può mantenere.

Anche chi dona tutto di sé può essere soggetto a malevolenze o a critiche d'ogni genere. Per certuni la riconoscenza costa ben più fatica dell'ingratitudine. Ed è pure inutile.

 

A Bologna si dice che far l'amore con la propria moglie è come giocare a carte senza una posta, e al che aggiungerei che se l'amante diviene come una moglie, altro non resta che giocare a carte... ma con la posta.

L'uomo non sa non mentire, e neanche a se medesimo. Per cui si fida poco o niente dei suoi simili. Pur fingendo il contrario.

Chi interiorizza troppo l'amore non lo vive: lo interpreta ma non lo soffre, ovvero non dà nulla di sé. Magari crede di amare, ma continua ad amare solo se stesso.

Saranno magari dei poveri diavoli ma ricchi, anzi straricchi dell'affetto dei loro figli. Difatti ciò che conta per i figli è l'equilibrio, la pazienza,
il sentimento o, al limite,
addirittura tutto il contrario. Comunque una partecipazione sofferta, intensamente vissuta
e non certamente la sola ricchezza. Anche se i soldi nessuno li rifiuta.

 

Chi usa defilarsi da ogni impegno, glissare ogni difficoltà, comunque far di tutto per non soffrire, non è neanche in grado di apprezzare le grandi e forse nemmeno le piccole gioie della vita. Ovvero non vive, ma vegeta.
La sua è una vita di sola routine. Un'uggiosa, malinconica, inutile, infinita routine, in cui egli ripercorre, si ripete, si nasconde... passa e sparisce senza praticamente accorgersi di niente, forse neanche d'esser vissuto.

 

L'ignavo definisce
Destino la sua pigrizia.
Dubbio la sua vigliaccheria.

T'hanno dato tutto…
e te ne disinteressi completamente
Non t'hanno dato niente…
e sei lì, affascinato,
ad attendere che s'accorgano di te.
Incongruenze dell'amore!

Se non un caso clinico, l'omosessuale rappresenta comunque una brutta copia, anzi una grottesca parodia dell'individuo cui aspira ad essere. Lo stato in cui siamo o, meglio, che madre natura ha scelto per noi, non permette evidentemente delle deroghe.
E se una sessualità sofferta lo spingono prepotentemente in una certa direzione - e quindi ad agire in un certo modo -, il rischio è che prima o poi tutto gli si ritorca addosso.
E il profondo senso di vuoto che ne deriverà, se non alla tragedia, lo porrà tristemente di fronte a se stesso, alla disperata ricerca di una nuova, intonsa, credibile identità. Anche se molto probabilmente sarà ormai troppo tardi.

 

Ritengono di poter dare un senso alla loro esistenza, abdicando ad ogni residua autonomia o, se si vuole, soggettività e unendosi e omologandosi l'un l'altro. Niente di più ingannevole. Anche quando supporranno di raggiungere una perfetta identità, anche cioè quando idee e costumi collimeranno del tutto (ovvero nel momento stesso in cui si sarà raggiunto proprio l'oggetto dell'unione o della consorteria), nascerà un nuovo problema: il rimpianto d'aver perduto il gusto dialettico delle diversità, quindi il sale stesso della vita.
Ormai non avranno più nulla da dirsi e, di conseguenza, nemmeno delle ragioni plausibili per restare insieme. I bei proponimenti del passato e le tanto conclamate affinità, null'altro rappresenteranno ora che delusioni, noia, al più "inutili disavventure".
Resa perciò impossibile ogni convivenza, a quel punto ognuno se ne andrà per la sua strada, forse alla ricerca di se stesso e del tempo così malamente perduto, comunque di nuovi equilibri. Ma per poco: "l'iniquo destino", che li perseguiterebbe, li farà ricompiere più o meno lo stesso percorso. E così all'infinito...
Quella è gente che non penserà mai in modo autonomo o, meglio, che non sa e non saprà mai rendersi conto del cervello che dispone o, ancora più semplicemente, quella è gente che non sa gestirsi se non porta quel cervello all'ammasso.

 

Se gli uomini dovessero fare dei figli, molto probabilmente non ci sarebbe più l'umanità.

Lavorano per guadagnare quei soldi che poi dovrebbero "lavorare" per loro, e non sanno che essi sono invece maledettamente pigri, oppure pazzerelloni, comunque ben poco affidabili.

Ciò che l'uomo intende per dolore si riduce nella donna a semplice fastidio, ma ciò che la donna intende per piacere è solitamente per l'uomo una gran faticaccia. Anche se se la cerca.

A fronte delle incertezze, delle remore, di tutti quegli assilli che rendono così precari gli equilibri dell'uomo, è la forza del sentimento che prevale nella donna, che la rende più coerente, più concreta: ben più adatta alle gioie e ai dolori della vita d'ogni giorno.

L'uomo e la donna sono fatti per stare l'uno con l'altra, per divenire - come dire - un tutt'uno. Ma, poiché entrambi interpretano a loro modo quel tutt'uno, dopo le prime avvisaglie o uno dei due cede e si sacrifica, o se ne vanno - e ognuno per la sua strada - nuovamente alla ricerca della cosiddetta anima gemella. Ovvero ricompiono più o meno il medesimo percorso, per poi ritrovarsi incompresi, inconclusi, cioè al punto di prima.

Se mi guardi
è perché nel profondo dei miei occhi
intravedi il riflesso dei tuoi.
Altrimenti ti sarei indifferente.


Illusione... inafferrabile certezza.

L'umanità è naturalmente irrequieta, altrimenti si sarebbe già da tempo estinta: consunta dalla noia.

 

Volare sulle ali del vento tra il passato, il presente e i baluginanti fantasmi delle mie fantasie. Immortale, onnipotente.

 

Gli imbroglioni non si presentano mai con la loro vera faccia e alle volte nemmeno con il il loro vero nome. Il loro verbo è simulare, comunque farsi credere diversi da come sono.
Come gli imbecilli, del resto, solo che costoro proprio non ci riescono.

 

Se ti ha già buggerato, ora l'imbroglione se ne sta certamente alla larga, comunque cerca di non farsi notare... almeno per un po'. L'imbecille, invece, è - come dire - difeso dalla sua stessa imbecillità, per cui, sebbene il risultato sia sempre lo stesso e il gabbato resti sempre tu, te lo ritrovi subito tra i piedi.
Tanto per lui non è successo niente. Anzi, se appena accenni a lamentarti o tenti una qualche seppur timida rimostranza, rischi magari che s'offenda. Spudorata innocenza!

 

Per certuni anche la puzza più immonda è un fragrante profumo.
Ma che poi pretendano che la si annusi!...

 

Il furbo non fa alcuna fatica a passare per fesso...
Se gli conviene, s'intende.

Il fesso, quand'è autentico,
si presume furbo.
Anzi, il più furbo dei furbi.


Di solito la modestia - anche se falsa - è ben più producente della boria.

Si avventurano nei viaggi più disagevoli e bizzarri, e vanno lontano, il più lontano possibile, dicono per sfuggire alle banalità, alle consuetudini, ai soliti musi, a quella che per loro è ormai l'opprimente realtà d'ogni giorno, e non si rendono conto che invece è solo dai loro complessi che sfuggono, ovvero da loro stessi.
Gira e rigira, così alla fin fine rimangono sempre lì... come l'asino alla mola.

Chi non sa, non è in grado o, peggio, si rifiuta di prendere coscienza del proprio stato, oppure illude se medesimo e gli altri alterando più o meno malaccortamente la propria identità, alla lunga rischia addirittura di non ritrovarsi più. Salvo a carnevale… forse.


A forza di raccontarle agli altri,
ora le frottole
le racconta anche a se stesso.
Il guaio è che se le prende per buone.

 

Le ombre che ci passano accanto...ombre, solo ombre.
E anch'io per loro.

 

Se bastano poche parole per farsi capire perché dirne tante?
Forse per non farsi capire o perché non si ha niente da dire?

 

Chi vanamente si pavoneggia e cerca o comunque s'affanna a voler strafare, quasi sempre ottiene esattamente il contrario.
Oltre alla derisione, s'intende.

Il talento è merce rara, ma la buona volontà non è da meno.
Anche se meno appariscente.

 

La cicala e la formica,
ovvero vivere per vivere
o vivere per lavorare.

La cellula madre, poi tante altre cellule. L'individuo, altri individui. Ad ognuno una vita, ad ognuno un destino. Eppoi la fine, la decomposizione.
E il ciclo della vita che riprende il suo corso. Tutto come prima. In un gioco perenne in cui io, tu, ogni individuo, ogni altro individuo che verrà null'altro siamo che dei fragili fuscelli in balia del tempo, del caso, o forse di quanto già per noi prestabilito.
Da chi?
Forse da un'intima motivazione della natura, forse da una certa anima del mondo che abbisogna della nascita e della morte per esistere, o forse da qualcuno, da qualcosa, comunque da una qualche entità cui semplicemente piace così?
Forse lo sapremo quando magari non ci servirà più, e forse allora tutto quest'inspiegabile enigma si sarà dipanato. Ma forse rimarrà invece tale, e noi diverremo soltanto quello che già ampiamente si sa, cioè una croce, un'epigrafe, una cartella più o meno ammuffita all'anagrafe o magari in qualche malinconica parrocchia periferica.
Eppoi più niente.


Le idee, come delle palle di gomma, rimbalzano e tornano indietro. Alle volte però non ritornano più e si disperdono chissà dove. Tuttavia lasciano quasi sempre una traccia, un alone: quel profumo d'uomo e di libertà che le rendono preziose. Anche se scomode.


Il troppo stroppia, il poco manca, e il niente... basta non lo si sappia.

 

Ad abusarne, anche il caviale puo' essere indigesto... ma non ne sono certo.

Caviale e champagne... ma poi che ghiottoneria i fagioli! Specie se di nascosto.

La qualità del cibo si definisce alla percezione del palato.
Salvo intontimento da reclame.

 

Anche se divaga, viaggia o s'immerge nella folla, l'uomo resta intimamente abbarbicato al proprio io interiore, quindi a quella stessa solitudine che intende sfuggire. Ma ha anche l'incoscienza di non rendersene conto, comunque di non filarci su. Per cui ride per non piangere, e magari gli va bene così.

 

La propensione della donna all'ottimismo, comunque a un sano realismo,
è la migliore,
anzi, forse è l'unica garanzia
per il futuro dell'umanità.
Almeno di questa umanità.

 

Secondo me, è ragionevole solo colui che si rende conto d'aver ragione salvo prova contraria.

Se, ad esempio, cerchi la verità alla fine ti ritrovi con l'angoscia, idem se persegui la giustizia. Ma in fondo che diritto abbiamo noi di rendere le cose così false e difficili? La vita è bella proprio perché indefinibile, per cui va lasciata tale, proprio così com'è..... O no?

 

Io di donne non ne capisco un granché, ma loro si capiscono?

 

La donna non ama te, ma la funzione che svolgi o, al più, l'idea che le ispiri.

Chi d'amor troppo disserta,
è perché non è mai stato o,
al momento,
innamorato non è.

 

Chi d'amor s'esalta... d'amor si ribalta.

E' la donna che rende importante l'uomo... anche se poi ci gioca.

 

Che unicamente il matrimonio consacri l'amore lo sostiene, anzi lo pretende soprattutto chi non ha nulla da perdere.

 

Penso che tutti noi vorremmo innamorarci, e magari fino al punto d'incretinirci del tutto.
Tuttavia non è facile e, alle volte, quasi impossibile. Salvo l'incretinimento ovviamente.

 

Che la proclami o la sottenda, ma già la verginità può rappresentare un'attrazione pressoché irresistibile, comunque un patrimonio per la donna. E ciò perché tuttora persiste nell'inconfessabile di gran parte degli uomini la leggenda, anzi il mito della verginità della donna.
Mammone inguaribile, a quest'ingenuo romantico innanzi tutto piace ancora restare bambino, sognare, illudersi delle fate e quindi elevare la sua donna ad angelo, addirittura a santa… come la sua mamma, per l'appunto.

 

Già prime della classe, prime al coro e al saggio ginnico; linde, di garbata eleganza, profumate quanto basta, sempre le più solerti agli auguri e alle feste di beneficenza. La domenica a messa.
Logicamente vergini.
Fulgido esempio di coerenza e di ferreo attaccamento a tradizioni e principi. Ma nessuno che ci tenti!…

 

Dal caos nasce il mondo.
E dal suo armonico disegno, alla pari della natura, degli animali, del bello e del buono, l'uomo nasce per la donna e la donna per l'uomo.
Ma poi tutto si complica, degenera, imbarbarisce: ritorna nel caos.
Forse era meglio pensarci prima.

 

Nei momenti più significativi della vita, sia allegri che drammatici, il confronto con se stessi è poco tangibile, quasi banale.
Ma i paroloni e le grandi frasi fatte serviranno poi, per raccontare.

Blatera d'amore, di purezza dei sentimenti, di sublimazione del sacrificio, ma dentro, nell'algido chiarore dei suoi occhi, un sogghigno: il cinismo di chi non ha mai sofferto.

 

La mano nella mano
per dirmi piano piano
che i soldi sono pochi
per lasciarsi innamorare.

Non certo gli slogans e le bandiere, ma l'educazione, l'operatività, l'inventiva: infine il grado di civiltà della sua gente, renderanno grande quel paese.
Comunque degno d'essere vissuto.

 

Il nero si svela celeste, il grigio… bianco, e spariscono così le rughe, gli occhi s'lluminano, palpita il cuore.
Cos'è?
L'amore… o sto sognando... desto?

Chi non sa amare forse non sa
nemmeno piangere.

Non si va avanti guardando
sempre indietro.
Anzi così ci si può sbattere il muso.


E' una tipica mania del cosiddetto uomo della provvidenza, in genere di tutti i dittatori, d'intendere la storia, specie quella del proprio paese, come qualcosa di strettamente personale, per cui va rivista e corretta.
E non è che l'inizio, purtroppo. Il peggio avviene dopo: quando s'attaccano alla geografia.

 

Chi osa pensare autonomamente, se in democrazia è un originale, comunque un simpatico sognatore, in dittatura è un invasato, comunque da ricoverare. Se poi si dà da fare anche in politica, l'un po' meno simpatico della democrazia, diventa il reazionario e nemico del popolo della dittatura.

 

Qui si può perdere la faccia, lì la testa, ma è proprio lì, dov'è interdetta, che la politica si nobilita, che diviene missione. Che esprime quella carica morale cui purtroppo qui siamo ormai disavvezzi.

 

Ove prevalga il cinismo, l'intolleranza o un eccessivo culto di se stesso (per non dire egoismo), solo un uomo libero, per cui critico e quindi autocritico, sa anche quando e come tornare indietro.

Quando hanno dei problemi all'interno,
i regimi accusano a destra e a manca.
E non fanno nemmeno troppa fatica: addebitano ad altri le loro stesse nefandezze.

 

Il progresso dell'umanità avviene per la partecipazione di tutti al bene comune. Peccato ci sia poi chi ne approfitta. E tanti, troppi che lo imitano… Pure noi, accidenti.

La liberaldemocrazia, se da un lato tende a far evolvere i cittadini a soggetti maturi e partecipativi, dall'altro, vanificando le ideologie - quindi le passioni politiche -, forse ne assopisce le coscienze.
Le assopisce, non le addormenta, anzi non le manda in letargo: quella è un'abitudine dei regimi.

 

Che cosa possano servire le ferie e il tempo libero a chi non ha mai fatto niente?
Forse ad affaticarsi... per uscire dalla norma?

 

A differenza di chi s'impegna,
il lavativo ha un'indiscussa prerogativa: non sbaglia mai.

Prima o poi le occasioni capitano un po' a tutti, ma ci vogliono occhi per vederle, mani per toccarle, cervello per capirle...
e un gran cuore per goderle.

Se non ci si complicasse l'un l'altro l'esistenza, prima o poi non avremmo di che discutere.
E che vita sarebbe allora senza quegli adorabili brontoloni?


Chi persegue un suo ideale di perfezione, crea e ricrea nel recesso più profondo della sua mente quei sogni e quelle fantasie che tanto vere e realizzabili gli sembravano da bambino.
E il bello è che lo fa inconsciamente, con l'entusiasmo e l'inesperienza di chi non è mai cresciuto.

 

Gli si avvicinò.
Fece finta di sfilare il portamonete e se ne andò, sogghignando furbescamente.
Il mendicante non se la prese più di tanto.
"Poveraccio!", disse tra sé.

Vendeva abusivamente dei fiori all'angolo.
Lo faceva - disse - per estremo bisogno.
Non le credettero.
Se ne tornò al suo paese.
C'era la guerra.
I fiori li ha ancora con sé, appassiti.
Al cimitero.

 

Quell'ometto scalcagnato, dal volto di topo.
Quel cagnetto tignoso, che a dire bastardino gli si fa un regalo.
Eppure si credono la coppia più bella del mondo.
Almeno da come si ammirano.

 

Se ne andava diritta, impettita, con passo deciso: ben conscia d'esser ammirata.
Il cane accanto - un bellissimo barboncino -, praticamente negletto.
Anche il cane la guardava, ma di sottecchi: sembrava offeso.

Due cani che s'incontrano per la strada s'azzannano o fanno comunella.
Noi, invece...

Urla, strepiti, botte da orbi. Poi la polizia. Le denunce. I tribunali.
E sbocciò uno strano amore... Ovvero che si fa per non pagare gli avvocati.

 

Un bel gattone randagio un dì lo scelse per compagno. E fu subito amore. Ma un amore rispettoso, paritario, senza padroni: appunto da compagni. Cioè quell'uomo si conformò alle regole, anzi alla civiltà dei gatti.

 

Gli occhi lucidi, la mano nella mano, lentamente, chissà dove vanno. Forse nel giardino della loro infanzia, più su, ove un tempo s'incontrarono. Ove i vecchi lampioni a gas brillano ancora, e l'incerta luce sfuma ancora nell'ombra dei grandi alberi, di quegli alberi galeotti, ove si scambiarono i primi baci, ove i loro sogni di ragazzi volarono via, nel magico cielo dell'amore, e lì si realizzarono.
Ora le rughe, gli acciacchi, malsicuri nelle gambe e forse un po' ingobbiti, ma sanno ancora sognare, e, per chi ama, lassù i sogni sono sempre gli stessi.

 

Fin dal primo momento restò affascinata dalla luminosità dei suoi occhi, ma soprattutto dalla sua figura, da quell'inusitato alone di mistero che gli si percepiva attorno.
Quel bisogno d'imprevedibilità e di mistero tipico di donne che troppo sognano, e che le fa innamorare non tanto di una persona, quanto di una loro particolare e solitamente effimera idea.
E fu così anche per lei: un amore improvviso, a prima vista, ma esaltante, appassionato, da perderne la testa. Da ridurla al punto che, abbandonando ogni remora, prese l'iniziativa e glielo rivelò, e si disse anche disposta a tutto.
Ma quegli occhi crudeli, divenuti di ghiaccio, resero vana ogni sua illusione. Quattro parole di convenienza, un tenue sorriso - forse di compatimento - e si dipanò anche il mistero: pure "lui" era una donna, ma detestava gli uomini, sicché si divertiva a circuire e poi a ridicolizzare proprio le ingenue come lei, "nate schiave e leccaculo (disse proprio così) di quei mascalzoni".

 

Prima la delusione, poi,
l'amarezza dei riscontri.
Il passato ci propina l'illusione del ricordo.
Se ne accorse quel giorno,
al paese natale,
quarant'anni dopo.

"Me l'ha fatta, la fedifraga svergognata, ma d'ora in poi dovrà accontentarsi solo di quello che passa il convento!", ed è proprio dallo sfogo di quel marito tradito che una buona parte degli avventori presenti nel bar dopo un po' si travestirono da frati.

 

Si librò, volò ben oltre a ciò che avrebbe mai potuto pensare.
Ora era nulla ed era tutto. E la coscienza, e ciò che era stato - se c'era - volava in alto con lui. Una luminaria di corpuscoli a mo' di cometa. Stelle filanti, su e giù... i pianeti... La terra: un puntino immaginario, che chissà, forse non c'era più.
E che triste il risveglio!

 

Il lavoro nobilita sì l'uomo, ma quand'è creativo o perlomeno quando vi si senta perfettamente inserito.
Altrimenti è un'ossessione, un avvilimento o, peggio, un tedio infinito.

Oh, se avessi saputo che i profumi, i colori, gl'incanti assopiti d'una notte di mezz'estate erano l'onda dei tuoi occhi, che divagava in me, inquieta!
Oh, se avessi saputo che quegli occhi c'erano veramente, e i palpiti del tuo cuore vibravano unisoni alle fronde smosse dal vento, alla risacca, più in là, tra gli scogli!
Oh, se avessi saputo vivere, capire, cogliere il tuo amore e coprirti, inondarti, avvinghiarti al mio grande amore ritrovato! Oh, se avessi saputo che l'età non conta.

 

Se non lo chiamavano barone, ci restava male. Difatti, oltre al titolo, non che gli rimanesse granché: soldi pochini, salute non proprio, e per il resto... meglio lasciar perdere. Comunque sia i lontani parenti che gli antichi amici del cosiddetto bel mondo l'avevano da tempo lasciato a se stesso. Oramai era più o meno un sopravvissuto, e sebbene, nei tratti e nell'incedere, fosse rimasto quel gran signore d'una volta, il vestito frusto, per quanto decoroso, rivelava purtroppo la cruda realtà. L'unica residua raffinatezza, quel monocolo un po' rococò, dono ancora di suo padre, decenni addietro.
Sì, perché, a differenza dei soliti monocoli, il suo era tutto cerchiato d'antico oro zecchino, finemente lavorato, perciò di valore inestimabile, e chissà come preservato dai vari ufficiali giudiziari e dalle tante disavventure occorsegli.
Per cui se lo soppesava, se lo rigirava e rigirava nelle mani, e la sensazione di calore che si sprigionava dalla lente e dal metallo soffregato la percepiva tutta, dolcemente addosso, faceva parte di lui.
Barone-monocolo, ecco una ragione per vivere! E l'antica perizia, che ostentava orgogliosamente allorquando se lo infilava nell'occhio sinistro, era ancora il nobile segno, lo stile di una schiatta, che neanche la sua totale decadenza aveva reciso.
Un posto speciale per lui all'ospizio, in alto, su uno scranno, laddove un tempo suo nonno, il benefattore, riceveva invece inchini e salamelecchi dai suoi assistiti. Come dire: "noblesse oblige".

 

Metastasi, diagnosticarono i medici. Sbigottì. Si guardò attorno, smarrito. Il passato e il presente un informe tutt'uno. Le cose, la gente: ombre, oggetti semoventi. Gli affetti, ingigantiti, e dinanzi, in un immenso tableau, tutta la cronistoria della sua vita. Vaga, inutile, come il tempo, gl'ideali, i troppi sogni lasciati a metà per paura di perderli.
Già morto, il necrologio, pur essendo ancora vivo.

 

Il velo della notte racchiude in sé i pensierosi, i malinconici, quelli che, alla prima bruma del mattino, declinano, insonni, come quell'ultimo spicchio di luna.

Che gran parte dei politici parlino in un modo e agiscano in un altro è abbastanza normale, direi quasi prevedibile, ma bastano e avanzano quei pochi che si ritengano in buona fede per metterci nei guai.

Il politico di razza ha la peculiarità di saper interpretare ogni minima variazione dell'opinione pubblica, adeguandovi la sua politica. Ed è estremamente positivo che in democrazia, se non l'unico, questo sia di gran lunga il modo migliore di fare politica. Se non altro è meno dannoso un politico pragmatico e magari un po' opportunista, ma che s'attenga al buonsenso e alla realtà in cui vive, dei cosiddetti gran campioni di coerenza, quelli che, nel passato come nel presente: "vanno sempre diritti per la loro strada".
Che purtroppo è anche quella strada da cui solitamente non si torna indietro.


A forza di ascoltare uno scemo, si diviene scemi, ma, a forza di ascoltare un demagogo, si diviene sordi e, alle volte, ciechi. Sordi, o meglio rintronati, perché si prendono fischi per fiaschi, e ciechi, o meglio illusi, perché si scorgono sirene persino laddove gracidano i rospi.

Sono gli altri che notano in noi quei difetti che noi tendiamo a minimizzare, ignorare o tacitamente giustificare. E' meno facile essere indulgenti con gli altri che con se stessi.

L'imponderabile legge del contrasto, che regna tra gli uomini (e ben meno tra le donne), pone chi si ritiene in difetto a sforzare proprio lì, ov'è più scoperto, dunque ad agire esattamente all'inverso di ciò che la sua natura richiederebbe.
Ma se alle volte un timido potrà anche sembrare uno sfrontato, un nano non diverrà mai un gigante, anzi tutti i suoi tentativi, i suoi bluff, alla lunga gli si ritorceranno addosso: annegherà nel ridicolo.
Buffa quest'umanità: si vive e ci si tormenta, ma, in buona sostanza, solo per apparire, quasi che l'essere ci fosse d'impiccio.


A forza di riempirsi la testa di pedanti elucubrazioni, pian piano s'era accorto che sostanzialmente l'oggetto di quei pensieri era appunto il pensiero. Ma un pensiero circolare, sterile, inaridito, per cui fine a se stesso, comunque fuori della realtà.
Che poi si trattasse di mero intellettualismo o solo pensiero da snob, non se lo seppe o non se lo volle dire. Del resto detestava gli snob... come lui.


Solipsismo, ovvero egoismo, culto di se stessi, ma anche paura di confrontarsi...
E sentirsi braccati, e sfuggire da tutti, compreso se stessi!

 

Ossessionati, come sono, di apparire banali e noiosi, prima o poi, ma senz'altro lo divengono.

Attendendo la Grande Occasione buttò via il suo tempo, ed ora, ormai vecchio... e quel rimpianto di tante, piccole occasioni perdute, che non gli dà più tregua.

 

Dentro di lui, un vorticare di ricordi immaginari: improbabili avventure, i tanti racconti che ormai nessuno riesce più ad ascoltare.

Per un emarginato, più della violenza di pochi sconsiderati o il sarcasmo dei presuntuosi, colpisce l'indifferenza dei cosiddetti bempensanti... come noi.

 

Chi, malgrado stia invecchiando, persiste negli stessi errori, se non è già scemo del tutto, comunque ci tende.

Macerie ancora fumanti.
In fondo alla strada,
il rombo sinistro d'un cannone lontano.
Un gatto spellacchiato,
una vecchietta ingobbita.
L'algido chiarore della luna.
Sotto un muro diroccato,
due innamorati che parlano d'amore.
Ricomincia la vita.

 

Il vanesio che si pavoneggia nello specchio,
se non altro è un'emblematica raffigurazione della scemenza,
si potrebbe pure dire la fotocopia...
se in più non si ritenesse assolutamente irripetibile.

Chi si prende gioco della scemenza altrui,
magari è il più scemo di tutti.

 

La scemenza può anche portar lontano, basta non accorgersene.

Di solito gli scemi si rivelano proprio nel momento meno opportuno.
E a chi tocca, tocca!

 

Se non ancora scemo, chi si atteggia o si presuppone furbo, ha molte probabilità di diventarlo, e presto.

Per chi deve convivere con gli scemi, tutti gli altri assurgono a geni.

Lo scemo che sa di esserlo è meno scemo di quanto si crede, se non altro perché non ha di che vantarsi.

 

Il ricordo ci serve per enumerare quanto a noi già successo e le relative sensazioni, ma quasi certamente nel modo e nei tempi che più ci aggradano.
Ogni tanto però il teorema si ribalta: come una gran pioggia d'agosto, il passato ci piomba addosso quando meno lo si aspetta, e si salva solo chi riesce prontamente a ripararsi, ovvero a dimenticare.

 

Gl'invidiosi se la prendono con tutti, ma particolarmente con gl'innamorati.
Che siano troppo occupati per accorgersi della loro cattiveria li fa crepare… d'invidia.

Il successo o l'insuccesso degli altri diviene anche il nostro, così la gioia, il dolore:
ogni sentimento che derivi da chi ci è attorno e che colpisca la nostra sensibilità.
Peccato che l'abbiamo capito troppo tardi... da quando non ci siamo più.

 

Inebriarsi d'amore è il vero segreto della vita. Anche se non ricambiato, è pur sempre un'emozione così sconvolgente, che può spazzar via ogni nostro complesso, persino quello della morte.

Ci fu un momento in cui m'illusi del tuo amore, ma il tempo ha pian piano eroso gli entusiasmi, sopiti gli interessi, ed ora quei tuoi occhioni aperti sul nulla - e che non mi vedono più - già dicono tutto.

 

L'anima mia si apre
sulla tua immensa spianata da arare:
campi fervidi di pioggia, fruscii di fronde, brusii lontani di sorgente,
ma è il tuo profumo di donna che la pervade, insinuante, gravido di voluttuose promesse...
come fragranze d'Oriente.

Te ne andavi stancamente a cogliere
le solite ore del giorno.
Poi, imprevedibile, l'avventura.
Sguardi, cenni, parole dette sottovoce,
ma fragorose nel segreto del tuo cuore.
E la veste tua di cemento discese
- pudica - frusciando di seta.
Finì lì, ma da quel giorno finalmente
hai capito quanto il tempo
possa essere prezioso.

 

Quantificando il valore del rapporto, il suo corpo veniva soppesato ad etto, ed ogni suo palpito, ogni suo abbandono, le erano valutati per difetto. Allora se ne stette zitta, in silenzio, a contar pecore con gli occhi socchiusi sul vuoto del soffitto.
In fondo l'ingombro di quel corpo greve e ansimante su di lei, quelle mani sudaticce ovunque sulla sua pelle, sebbene di suo marito, per lei divennero invece un gregge di pecore che, pur belando e brucando qua e là, prima o poi se ne sarebbero ritornate all'ovile.
E così avvenne che, a forza di veder pecore, cominciò pian piano a sentirsi prato, per cui non si preoccupò più di niente, neanche se le avesse fatto - per dire - i bisogni addosso.
Tanto un prato non soffre, né tanto meno reagisce.

 

Cercai inutilmente di modificarla nel profondo, di renderla quanto più a mia misura. Ed ora sono proprio io che invece le corro appresso come un cagnolino. Certo, non è ancora riuscita a farmi abbaiare, ma ho fatto e so che farò ancora tutto il possibile per accontentarla.

 

Sul tuo volto, opale di lontananze, un timido, dolce, invitante sorriso, e allora la carezza dei miei occhi sull'iride velata dei tuoi. Una lacrima insieme...

Forse per l'educazione ricevuta, forse per una sua inconscia, quanto impellente necessità, ma più soggiaceva alle pretese del suo uomo, più - se non proprio appagata - si sentiva a suo agio, forse amata.
Poi un giorno egli le accennò di un'altra coppia, di nuove, eccitanti esperienze. Accettò di buon grado. E fu così che conobbe chi le fece improvvisamente scoprire ben altre dimensioni del piacere, che ne mutò il destino... Gianna, il suo nome.

 

Suggestionata dal memoriale di una famosa cortigiana del '700, abbandonò il protettore e la stradaccia in cui "faceva il mestiere", e da quella tipica buona ragazza acqua e sapone, tutta - si fa per dire - casa e lavoro che era, divenne all'improvviso una sofisticatissima signora che, tra sottintesi e raffinatezze, emanava quel fascino misterioso e proibito della classica femmina d'alto bordo.
Cioè aveva capito che per farsi desiderare non conta la naturalezza, la normalità, ma l'idea stessa del mistero, della diversità, del sogno o - se si vuole - l'illusione, e che quel lui da irretire - o piuttosto da spennare -, anche se il meno proponibile, deve comunque sentirsi un seduttore, perciò parte integrante ed esclusiva di quest'illusione, anzi l'interprete principale.

 

Tra sguardi assassini, gridolini, mossettine e finti deliqui, capita pure che una tenera e ingenua contadinella, rapita da un ipotetico bruto - e di cui io sarei l'altrettanto ipotetico ed eroico salvatore -, al momento giusto si trasformi in un'erinni altera e insofferente. Dalle stelle alle stalle.
Eppure era dai tempi della Duse e della Bertini che non m'innamoravo così. E sì che è ancora più vecchia di me!

 

Era sempre lì ad aspettare
Ma chi aspettava non arrivava mai.
E quando arrivava,
era come se non ci fosse.

Arduo è l'amore quando non è ricambiato,
anche per chi s'illude del contrario.

"Amor ch'a null'amato amar perdona"...
se pur 'l cor non langua, ohimé, per 'n altro.

 

Per stravaganza o forse un po' per civetteria, all'inizio dà l'impressione di prendersi gioco di me, e solo quando s'accorge del mio imbarazzo, s'abbandona, si lascia andare, si fa cogliere come se così volesse autopunirsi. E, fra le altre sue bizzarrie, ciò capita spesso, quasi di norma, per cui conosco bene la lezione.
Al più mi resta ancora da capire se il desiderio che ho di lei è frutto soltanto della sua prepotente, quanto complicata femminilità o più semplicemente della mia inclinazione per il teatro e per le recite in genere?
Ovvero l'amo in quanto donna o in quanto attrice? Ma ciò che importanza ha? Basta che esista o, meglio, che ci stia.
Comunque per quest'amore sono disposto a tutto, anche a farle da pagliaccio o a seguirla come un cagnolino. Tanto so che alla fine qualcosa ottengo.

 

Non riesco a capacitarmi che qui, accanto a me, ormai dorma una vecchia. Eppure il tempo è passato anche per me, e credo proprio illusorio pensare che con me sia stato più indulgente. Ma gli anni, dicono, sono quelli che si sentono, per cui basta ignorarli, al più non guardarsi nello specchio. E al che mi attengo.
Ma quando, appunto, ci si specchia nelle persone che ci sono ancora vicine, e con cui, nostro malgrado, è inevitabile il confronto: allora è proprio lì che casca l'asino! Sì, lo so che purtroppo il tempo non risparmia l'onta a nessuno - perciò nemmeno a chi, come me, le tenta tutte -, pur tuttavia non m'accontento, né m'accontenterò mai di quanto ancora mi resta ... se resta.

 

Il suo motto: "Se c'ero, dormivo". Poi, quando gli successe il fattaccio, dovette svegliarsi.
Ora è sveglio come un grillo, recrimina, ma a quanto pare non ha ancora capito la lezione.
"Nulla esiste oltre a ciò che vedo", è comunque il suo nuovo motto.



Lo struzzo s'illude di sfuggire il pericolo mettendo la testa dentro la sabbia.
Chi lo imita già ce l'ha, ma non s'accorge di niente. Forse neanche d'averla.

 

Vide con i suoi occhi che la moglie lo tradiva, ma, abituato com'era a non accorgersi di niente, gli fu giocoforza non accorgersene. In ogni caso non se la prese più di tanto, o almeno non dette a vederlo. Da quell'uomo di buonsenso e di grandi risorse che si riteneva, agì con estrema risolutezza, ma in silenzio, con discrezione, tutto proteso ad un unico scopo: quello di rendere il più possibile pan per focaccia all'amante. Sicché fece "tradire" anche costui da quella sua moglie fedifraga, dapprima andandoci lui stesso e poi, a sommo spregio, procurandole un altro amante.

Di natura estremamente delicata e sensibile, quando finalmente incocciò in colui che riteneva l'uomo dei suoi sogni, credette d'aver raggiunto il culmine d'ogni felicità. Per cui quel suo difficile passato, le tante, inutili e alle volte sgradevoli esperienze: ogni cosa era ormai negletta, dietro a sé, come un incubo, orribile ma già in totale dissolvenza.
Stava invece ritrovando se stessa e, con se stessa, l'indicibile emozione di vivere all'ombra di quel suo meraviglioso principe azzurro, di sentirsi ricostruita, rifatta a sua misura: sua dentro, quindi per lui disposta a tutto. E, in cambio di cotanto amore, egli adesso s'accontenta ben di poco: i quattro soldi dell'incasso e qualche sporadico schiaffo, dice per scuoterla, per farla sentir viva, ma forse intende solo che "batta" con più entusiasmo.

 

Era innamorata dell'amore in sé, ma d'un amore pressapoco ipotetico, contemplativo o, se si vuole, spirituale. Sicché per lei l'amore era parola, espressione gentile del sentimento e, al più, uno sguardo nello sguardo che magari trascenda fino all'abbandono, alla catarsi, ma giammai ad un banale o, ancor peggio, volgare contatto fisico. Quasi una fissazione la sua, cui tuttavia avrebbe voluto coinvolgere qualcuno, bello o brutto che sia, ma gl'inutili tentativi finora perseguiti l'avevano resa alquanto scettica, quindi sempre più sfuggente e titubante con gli altri e, di conseguenza, sempre più irrequieta e insoddisfatta di se stessa.
Del resto, se in parte il malessere era solo latitanza d'affetto, dall'altra veniva acuito dal continuo contrasto tra la coerenza ai suoi principi morali, ovvero al sogno, e il subdolo, ma impellente richiamo alle sue esigenze fisiche, ovvero alla realtà.
Uno stimolo questo che lei aveva, appunto, in un certo qual modo compresso, perciò già risolto, ma che, per colmo d'ironia, le si manifestava invece in un aspetto con che di selvaggio e, nello stesso tempo, di sensuale: il fascino misterioso d'una femmina inquietante, spregiudicata e inoltre, in apparenza, anche ben disponibile. Ma poi coloro che invano erano attratti dalle sue grazie, se indubbiamente la turbavano, di fatto non toglievano alcunché al vigore dei suoi convincimenti.
Fra l'altro si rendeva perfettamente conto che quel suo modo cerebrale e comunque teorico di porsi, avrebbe senz'altro messo ogni rapporto su un piano improbabile, per non dire impossibile, e che pretendere in una società come la nostra che si parli tanto dell'amore e che poi non se ne faccia niente è davvero bizzarro, anche per chi ce la mettesse tutta, e infine che, se un'anima gemella ci fosse, certamente non era quello il modo migliore per convincerla. Infatti su tutto era disposta a transigere, meno che sulla sua verginità, e non per dei banali preconcetti, né per aver deciso di sacrificarla a qualcuno o a qualcosa - del resto non aveva alcuna vocazione alla santità -, ma perché davvero puntava molto più in alto: alla sublimazione dell'amore, quindi al perfetto compimento del percorso intrapreso.
Perciò, al momento, non se n'ebbe a male quando s'accorse che i suoi spasimanti, vista l'inutilità dei loro sforzi, un po' alla volta avevano cambiato strada, ma, dai oggi e dai domani, le s'era creato il vuoto attorno, per cui, nulla avvenendo e non recependo più così alcun particolare sprone dall'esterno, sempre più s'invischiò in una solitudine senza alternative, quasi monacale, che, se non la modificò nel profondo, le conferì un aspetto ben diverso: più nobile, quasi ieratico, affinato dagli slanci dello spirito e dalle rinunce del corpo, ma anche fatalmente inconosciuto, racchiuso in se stesso. E ciò se non altro la spinse ad una certa consapevolezza e conseguentemente ad una certa critica dell'utopia che stava vivendo, ovvero: se persisteva a ritenere incommensurabile il sentimento che l'invadeva tutta, pian piano s'insinuava in lei anche l'idea di quanto esso fosse maledettamente sterile, rappreso com'era in quell'angelica vacuità, che la rendeva sì come una musa dei propri sogni di grandezza, ma inanimata, inutile, più o meno come un bozzolo che non si schiude mai. "Non ci si può amare da soli - cominciò a pensare - o perlomeno per me non è sufficiente". Era cioè il tempo di cambiare, e cambiò. Divenne membro dell'Esercito della Salvezza e quindi missionaria laica. La inviarono in Africa, tra i bantù, e di lei non s'è saputo più niente.
Ora non esiste più neanche il villaggio ove esercitava la sua missione o, meglio, è sparito per estinzione. Sarà un caso ma, giunta lei, anche quegl'indigeni hanno rinunciato a fare figli.

 

Sorrise.
La seguii.
Aprì un portone:
terzo o quarto piano.
Centomila d'amore.
Chi s'accontenta, gode.

 

Ha la fidanzata a Cuba. Lui ha settantasei anni, lei venticinque. Dice di amarlo e lui in parte ci crede. Forse si sposeranno. Forse nasceranno pure dei figli, e forse - fin che Dio vorrà - vivranno sereni e tranquilli. Anche tra i cornuti c'è in fondo chi ci guadagna.

E' stato "il bello" per antonomasia, con le ragazze tutte matte per lui e noi in disparte, ignorati, con le pive nel sacco. Ora, con la pancetta, le rughe e i capelli a riporto, è quasi più brutto di me. E il che è tutto dire. Ma io nel frattempo mi ci sono abituato, lui... chissà?

Vorrei crederti ancora, ma riconosco bene, ormai, nell'algido languore dei tuoi occhi, la gatta selvaggia, che prende ma non s'abbandona. Non puoi più giocare con me a rimpiattino: se sei una gatta, io non sono un topolino... anche se tento invano di mordermi la coda.

 

Se non siamo dei geni o dei matti (ovvero della gente che non sembra nemmeno più di questo mondo), le care abitudini e gli annosi e ormai frusti rapporti di routine tendono inevitabilmente a farci rientrare da ogni nostro per quanto vago volo pindarico, omologandoci invece a chi ci è attorno: le cosiddette persone normali.
Ne consegue che il mare magnum della mediocrità trascina fatalmente a sé pure noi, finché - come delle conchiglie, sulla sabbia, nella risacca - ci sommerge del tutto.

 

Se appare sincero, l'elogio diviene musica per i nostri orecchi, per cui ci auguriamo che continui il più a lungo possibile, anche se facciamo finta che non c'interessa.

Se non c'è tornaconto, non c'è nemmeno malafede nell'animo del falso modesto, al più un'innocua civetteria.
Del resto chi è in malafede non ama si parli di lui, dato che è già lui che sparla degli altri.

 

Si supponeva un santo, ma un santo di quelli che non si sa perché lo siano.
Forse si sarebbe accontentato del
l'aureola.

Per ogni madonnina che piange
i tanti dubbiosi sorridono.
E se poi invece...

Si dichiarano agnostici, ovvero: "Se c'ero dormivo", oppure: "Ci penserò domani".
Ed è così che se la cavano.

Se non ignorante, chi si proclama ateo è per lo meno presuntuoso, comunque non è molto diverso dai fideisti d'ogni credenza o, meglio, da tutti coloro che ritengono d'aver ogni verità già in tasca.

 

La chiesa ha il fascino dell'incompiuta
o meglio del "Chissà-cosa-c'è-dietro?"

 

I campanili svettano nel cielo,
per sovrastare la nostra fantasia.

 

C'è chi va in chiesa con speranza, chi con sussiego; chi per dare, chi per ricevere; chi si strugge, chi gioisce: la chiesa è un via vai di sentimenti, di profonde, antiche esigenze, in cui il senso del sacro e del profano alle volte coincidono.
Ma purtroppo ci sono anche quelli che prendono la chiesa per un luogo pressoché mondano, in cui comunque si va solo per osservare la gente com'è vestita, che dice, o altre amenità del genere. Non certamente per dissacrarla - non ne hanno la taglia -, difatti per costoro nulla esiste o quantomeno non li riguarda, in ogni caso nulla conta che non avvenga poi al mercato, allo stadio o al bar all'angolo.
Al più sanno tutto sul tempo o sui fatti degli altri e, salvo eventualmente a malignarci, l'unico vero scopo della loro vita resta ancora quello di trasbordarsi ovunque suppongano di poter trascorrere al meglio le ore. Come se gliene restassero tante...

 

Tranciava spietati giudizi su tutto e su tutti, meno che su se stesso...
ovvero me.

Piangersi addosso per farsi consolare, ben sapendo che sarà solo una farsa.
E, sebbene sul suo volto qualche lacrima s'accenna, resta l'incomunicabilità e la solitudine che comporta. In fondo né io né lei ci amiamo così tanto da piangerci dentro.

 

Non che puzzasse, ma c'era in lui un che di viscido, di molliccio, di melmoso, che lo allontanava dalla gente, quasi fosse un appestato.
Eppure era strapieno di soldi, e la professione che esercitava - il notaio - lo poneva al riparo da qualsivoglia problema... oddio di soldi, s'intende!

 

Mentre il vigliacco se la prende col più debole, s'inchina e fa i salamelecchi al prepotente.
La vigliaccheria può divenire ben più vigliacca di quanto ci si possa credere.

Oltre a sconvolgerne la vita, ogni prepotenza lascia dietro a sé tanta amarezza nelle vittime, tanta delusione, tanta voglia di fuggire il più lontano possibile. Magari alla ricerca di un'ipotetica giustizia, in cui alla violenza si reagisca con altrettanta violenza. Ma tra violenti in fondo si capiscono, sicché le vittime rimangono quasi sempre vittime. Forse ne sono già predestinate.

 

Sarà solo apparenza, ma, al momento della dipartita, quel tizio che tutta la vita ha eccelso unicamente per la sua cattiveria, ha un'infinità di gente raccolta e contegnosa attorno a sé, e, salvo la solita sceneggiata dei più zelanti - cioè quelli del finto groppo alla gola o piagnisteo -, ovunque aleggia nell'ambiente quel tono severo e compreso che la circostanza pretende.
Eppure ben pochi, forse nessuno che abbia almeno qualche valida ragione per soffrirne: i più sono lì solo perché non vedono l'ora che muoia.
Ma, se si guardano bene dal palesarlo, se evitano gli insulti e i sogghigni che invece costui comunque meriterebbe, è un po' perché lo temono ancora, ma è anche perché, a forza di botte e umiliazioni, ormai non sono più capaci di ribellarsi, ma nemmeno di ridere se ne hanno voglia. Eppoi i diavoli, si sa, purtroppo sono immortali.

 

Sotto sotto, il sarcasmo è la rivalsa dei deboli, solo che rimane inespresso, o, al più, nell'ambito loro, ma a denti stretti, a mo' di sfogo.

 

Quando, oltre alle chiacchiere, ci si mette il cuore... è lì che casca l'asino.

Poco fa ha dissertato di civile convivenza e dell'imperativo categorico di Kant, ed ora furente, lì, sul campo di tennis, che s'agita e strilla come un assatanato per una semplice pallina contestata. Ovvero, quando alla ragione prevalga l'istinto si sveglia anche la belva che c'è in noi, e sebbene ciò sia un punto debole per tutti, lo è ancora di più per quelli che si ritengano diversi, comunque migliori.

 

Che conta aver la pazienza d'un angelo! Certa gente è meglio lasciarla perdere o far finta che non esista. L'irascibilità e l'intolleranza vanificano ogni nobile teoria, ma anche ogni buona volontà.

 

Il carisma di certuni è di solito il contraltare della pochezza di altri. Ovvero, come i cani anche l'uomo ha bisogno del capo-branco. Solo che ha il pudore di riconoscerlo.

 

Salvo malattie od eccezioni, la fortuna arride a chi strenuamente se la cerca. Agli altri, cioè a quelli che rimangono al palo, i pianti e i lamenti. Chissà, forse li prediligono all'impegno.

Il presente trasuda del passato, se però l'ossessiva riproposizione del passato diviene il fine ultimo del presente, allora, oltre al presente, non ci sarà più nemmeno un futuro.

Di teatralità e di parole dette al vento è zeppa la nostra vita. C'è poi chi le recita bene e chi male, ma il senso o, se si vuole, la penosa farsa che ne deriva, in fondo è sempre la stessa.

 

Proverbi, massime, adagi e sentenze si tramandano solo quando l'intuizione e la capacità di sintesi di chi le ha formulate, oppure il più genuino buonsenso popolare cui s'ispirano, divengano patrimonio di tutti. Altrimenti sono parole, parole dette al vento, di cui ben difficilmente resterà traccia.

 

A forza d'insistere, gli slogans della pubblicità s'imprimono nella mente fino a condizionarci nei nostri acquisti, e nello stesso modo le bugie o le promesse più illusorie che ci propinano divengono assolute verità. Fino a farcele poi diffondere.

L'amore è un brulichio di sensazioni che allargano all'infinito il nostro spirito.
Sensazioni che dal cuore s'imprimono nella mente e quindi nella memoria, in quel crescendo dolcissimo, che già di per sé è uno straordinario segno di speranza, anzi un'iniezione d'ottimismo, che modifica dal di dentro chiunque ne sia rapito.
E lo si nota dalla ritrovata elasticità dei movimenti, dalla luminosità dello sguardo, dal tono suadente della voce, da quella carica di simpatia e di giovinezza che rende così piacevoli gl'innamorati, anche agli scettici o ai più scontrosi.
E' certamente un miracolo, ma è anche un miracolo alla portata di tutti. Basta averne il talento.

 

Magari inconsapevolmente ma, per la quasi totalità dei comuni mortali, amare è attribuire alla persona amata il senso profondo dei propri desideri.
Che poi corrispondano o meno, alla fine solitamente non si formalizzano: s'accontentano e se la prendono così com'è.
Per quei rari spiriti che invece tendono ad elevare la realtà a sogno, il grande amore, quand'anche ignorato o non contraccambiato, si riflette e si trasfigura nella persona amata.
Come l'idea platonica dell'amore, vive per sé, di luce propria, mentre il resto, o meglio il suo concretizzarsi, se non inutile, è più o meno una pia illusione. A dar loro bada, persino l'umanità sarebbe così un equivoco. Loro esclusi, s'intende.

 

Se la solitudine rende scorbutico persino l'individuo più estroverso, l'amore lo rende invece gentile, anzi un tenerone.


Anche se fa la scontrosa, il maggior scorno che si possa arrecare a una donna è non guardarla. Specie quando si spoglia.

Se per l'uomo la donna è un giardino lussureggiante in cui abbandonarsi beatamente, per la donna l'uomo potrebbe anch'essere un buon giardiniere. Pur se al momento non lo dà a vedere.

Ad ogni compleanno, cupo rintocca il tempo che ci resta, ma il timore è ben meno cocente quando si è indietro con gli anni..... o quando se ne hanno troppi per filarci su.

 

Umana è la speranza, così le dilazioni, così, e fino in fondo, è il pulsare della vita che allontana la morte, che ne ritarda l'arrivo... che, per l'appunto, ci fa persino sperare nell'impossibile.

 

Quando m'accorgo del folle che m'è dinanzi è già troppo tardi per farmi dapparte, meglio assecondarlo, al più far finta di niente… e togliere i miei occhi dallo specchio.

Le emozioni e le passioni, se impreziosiscono il tempo vissuto, lo rendono anche estremamente fugace, nel mentre la pigrizia e la noia, poiché danno la sensazione di non finire mai, viceversa ne interrompono la crescita, quindi in pratica lo allungano. Immalinconendolo, però.

 

Non proprio della donna, ma capita d'innamorarsi dell'idea, dell'illusione che quella donna in qualche modo ispira, e a quel punto potrebbe già essere troppo tardi per innamorarsi sul serio.

 

L'equivoco rappresenta in amore l'eterno gioco delle parti, e se può servire a far sognare e quindi a vivificare quell'amore, può significarne anche la fine.

Una donna eccitante e magari anche ben predisposta, se ci emoziona, certamente non lenisce al vuoto del sentimento. L'amore è un'altra cosa.

L'amore è un'impellente bomba innescata, e, quando deflagra, una luminaria di luci ci piomba improvvisamente addosso. C'involiamo là, nel mezzo... convinti di volare per davvero.

 

Non siamo in grado di conoscere che l'apparenza, che la scorza degli altri e, per buona sostanza, non conosciamo nemmeno noi stessi. Anche se è arduo l'ammetterlo.

Non esiste una particolare tipologia dell'amore: c'è o non c'è. E le varie giustificazioni o i distinguo null'altro sono che pietose bugie. E' sempre estremamente difficile riconoscere la verità... specie quando non fa comodo.

 

Gli occhi sono lo specchio dell'anima e la luce che riflettono riverberano le idee che affiorano dalla mente. Ma è sufficiente qualche goccia di collirio per ricavarne l'identico effetto.

Frammista al passato c'è nel presente la magica fragranza del futuro. Un labile segno di speranza.

L'indefinibilità di chi m'è dinanzi ne aumenta il fascino, il silenzio lo acuisce. Sogno o son desto?

 

Come le idee si affinano e in un certo senso divengono riflessive, così il segno del tempo matura in noi un velo di tristezza, di malinconia, e la beata incoscienza e lo scoppiettio felice delle idee del passato degradano allora nel nulla, come del resto la nostra giovinezza.
Se ne va così con gli anni gran parte della nostra fantasia, della nostra creatività: diveniamo "grandi" per il senso comune, ma ancora più "piccoli" nel profondo della nostra coscienza.
E in quel bonario, accattivante sorriso che ora accenniamo appena affiora il ricordo null'altro si scorge ormai che un nostro canto del cigno.

 

La vera conoscenza del passato si cela nelle vicissitudini, per non dire nella psiche d'ogni singolo individuo (quindi sparisce con lui) e poi - ma solo accettando la precarietà o la parzialità d'una sintesi - nel popolo che lo rappresenta e quindi nell'umanità intera. Ovvero, malgrado l'impegno, noi dal semplice racconto ricaviamo impulsi, impressioni e non assolutamente certezze.
Sicché ogni cosa che, in parte o del tutto, riteniamo di aver saputo è invece lo specchio sbilenco, comunque deformato, del nostro personalissimo concetto della conoscenza.
Null'altro che un io riflesso.

 

Meglio stare da soli che in una compagnia sbagliata. La solitudine può rendere tristi ma può altresì affinare e arricchire lo spirito. La compagnia sbagliata lo deprime comunque.

 

Subito dopo esser stato eletto sembra che il politico ponga ogni suo sforzo per divenire proprio quel politicante da quattro soldi che ha invece tanto esecrato in campagna elettorale.

Con tutti quegli sforzi che fanno per farsi notare, certi personaggi ti piombano letteralmente addosso. Evidentemente non si rendono conto che l'impressione che danno è commisurata al loro invasamento, anzi alla loro stupidità.

 

Non è sfuggito da tutto e da tutti, e non s'è messo a far l'eremita per rancore verso la gente ma piuttosto perché ne era suggestionato, anzi la temeva, come se la pressione della gente, quel suo sciamare senza fine, lo potesse fagocitare, sommergere, gli potesse cioè far perdere quella sua particolarissima identità di uomo cocciutamente solo e autosufficiente. In un certo senso si sopravvalutava: la gente ha ben altre cose cui badare che alle sue fisime, tantomeno se inespresse.
Sicché nessuno se ne accorse, nessuno che tentò di fargli cambiar idea, e in quei suoi occhi sbarrati, assenti, quasi fossero proiettati nel nulla, ora c'era tutta la consapevolezza d'una solitudine senza scampo. Forse il rimpianto di quel calore umano, lasciato sempre al di là della sua porta, ma che in fondo accalorava pure lui... anche se non l'avrebbe mai ammesso.

 

Ogni punto d'arrivo ha già in sé la delusione, ed è proprio quest'innata scontentezza che ci proietta verso l'avventura della vita.
Altrimenti saremmo vecchi.

La fragilità del suo corpo lo rendeva particolarmente docile e disponibile. Sperava così di difendersi dai prepotenti. Dentro a sé gemeva di violenza.

Il genio potrà non essere compreso, ma se si palesa, non passerà mai inosservato.


Il mutismo e l'inespressività del suo volto evidenziavano crudamente la sua nullità. Poi seppi. E seppi anche che gli occhi dei sordomuti vedono ben al di là, comunque molto più in là di quei fessi come me, che hanno la presunzione di saper giudicare da quattro chiacchiere e da un qualche balenio delle pupille.
Come se l'abito facesse sempre il monaco.

 

Chaque jour on gagne l'argent au moins pour manger deux fois, mais ca n'est pas suffisant pour acheter meme un peu de joie.

Amò - si dirà di lui - per amor d'amore.
Come dire: parole, parole…

Più l'ama, più la sfugge, come se l'ansia del desiderio, di quella meravigliosa idea che di lei ha, fosse l'unica cosa intangibile, l'unica strada percorribile. Oltre: incertezze, tradimenti... E ciò da cinquant'anni in qua, sicché di lui forse lei non s'è neanche mai accorta.

 

L'immagine tua, scolpita in me, è un albero fiorito, fluente di primavera, ma quando l'onda del presente cinge di rimpianti, di disincantamenti, quell'albero s'affloscia, s'inaridisce... è un salice piangente.

 

Più ti sfuggo, più t'inseguo, sicché quando m'illudo d'aver finalmente eluso la tua malia, mi ritrovo lì, contrito, come un pulcino bagnato, ad abbandonarmi al tepore del tuo corpo.

M'illudo tu sia costì oppure colà, ma in verità nulla so di te, oltre a quello che vuoi.

 

Hai fatto di me un uomo innamorato, ma l'amore per te resta un gioco, come un gioco è la vita che fai.

Ti diverti così, libera nel vento,
come una farfalla mi sfiori e te ne vai.
Ma quella tua libertà può non aver più senso, e il vento può portarsi via me e quel poco che dai.

A chi s'illude d'esser felice già incombe l'infelicità, altrimenti un'indolente, malinconica inconcludenza.

 

L'ipocondriaco accusa tutti i mali possibili,
ma l'unico di cui è certamente affetto, il vittimismo, è inguaribile purtroppo.


Il male arriva quando meno lo si aspetta, come i guai, del resto, meglio quindi far finta di niente, oppure dirsi che tanto passano.

Le muraglie dell'io irte s'innalzano a me d'intorno. Al di là, la fantasia galoppa sul cavallo alato dei sogni, su, nella nirvanica valle dell'amore, ove ogni zolla, ogni leggiadro prato fiorito pullula di tenere fanciulle innamorate.
E sono tutte lì per accogliermi e rendermi felice, come se esistessero apposta per me. Una melodia lontana, il tiepido languore dell'aria, quel distacco dalla realtà che ti fa sentire immortale, il turbamento di chi si sente desiderato... Inganno.
Per ammansirlo e portarne via in groppa qualcuna, a quel cavallo non basta certo lo zuccherino, né che accenda fuochi e abbassi il ponte levatoio.
E' ombroso, fatto a modo suo: rifiuta ogni approccio, anzi dopo in po' scalcia e mi sbatte giù. E qui appunto ci sono e ci sto, sempre più prigioniero di me stesso.
Ma ora ho una grande idea nella testa: quella di fargli intravedere una cavalla che l'aspetta.
Magari con le ali posticce.

 

Il ricordo che ho di te è come una lanterna cinese che si spegne e si riaccende.
Ahimè, altro non vedo.

 

Non ho braccia per cingerti tutta. Sguscia via quel tuo spiritello burlone, che, irriverente com'è, già s'è messo a farmi le boccacce.

Se con quell'inatteso, quanto insperato invito alla première toccammo il settimo cielo, i soldi che poi spendemmo ben presto ci riportarono a terra. Ma non ce ne preoccupammo quel giorno, lungo il percorso, con gli occhi ammirati della gente per il perfetto "à plombe" del mio fiammante smoking e del tuo splendido abito firmato non so da chi.
Dopo tanto attendere, avevamo - come dire - cambiato pelle, ed ora ci ritenevamo pure noi "à la page", emuli di quegl'idoli tanto declamati: quegli elegantoni pavoneggianti, magari ampollosi, alle volte molli, alle volte un po' sdegnosi, fors'anche un po' snob, ma con quel segno addosso, tipico d'una certa classe, d'una certa, affascinante unicità. Sicchè anche i nostri rinnovati pensieri veleggiavano altrove, proiettati ormai nel gran mondo, tra inchini e baciamano, nelle misteriose suggestioni dell'esclusivo tempio della mondanità che già ci appariva dinanzi.
E fu così che, beandoci e gloriandoci, al momento non demmo alcun peso alla strana gente che si agitava nel piazzale antistante il teatro.
Ma giunti proprio al culmine, quando, tesi come un violino, già pregustavamo la solenne entrée, quelle accidenti di uova marce piovuteci all'improvviso addosso ci riportarono brutalmente a terra con tutte le nostre illusioni.
Presi allora dalla rabbia o piuttosto dal panico, raggiunta finalmente la soglia del teatro dopo una fuga alquanto indecorosa, ancora inebetiti, puzzolenti e con gli abiti tragicamente sciupati, ci guardammo in faccia, sconsolati.
Per un nostro particolare modo di essere, e la buona sorte nei momenti più difficili, siamo sempre riusciti ad astrarci e a sfuggire dalla realtà, e quindi, pur udendo vagamente i rari cenni di solidale simpatia o l'ilare brusio della gente, ora coglievamo soltanto il battito dei nostri cuori.
Amore mio, che ridere... quel tuorlo d'uovo appiccicato a mo' di cappellino alla tua mèche appena fatta, e il rimmel che, dai tuoi occhi, frammisto all'albume, scendeva fino al decolletée!
Che ridere quel garofano d'uovo sul rèver dello smoking; che ridere poi, nello specchio, come due pagliacci tutti impiastricciati, pronti alla gag!
Ebbene grazie, grazie per averci fatto rinsavire... grazie… tangheri!

 

Vedersi e dover correre via è un ben triste segno dei tempi. Che poi il lavoro nobiliti… forse, ma certo non fa bene all'amore. Poter tornare indietro! Vivere d'aria e di speranza… come nei film.

 

Astuzia e cinismo potranno farci ricchi e potenti, ma infine che ci resterà se non l'invidia dei più?

Ad ogni costrizione rispondi con un lavacro, ad ogni pretesa con un inchino. La tua dignità finisce laddove inizia l'arroganza, ma quella loro: imperiosa, pretenziosa, inumana... che pian piano ti uccide. Ma forse preferisci morire, se non altro perché loro possano sopravvivere.

 

Han vinto loro: ha vinto il passato, han vinto i tabù, ed ora ci siamo ritrovati come dei sacchi vuoti, dei burattini afflosciati, senza il burattinaio. Non sappiamo più che pensare, che dirci. Il gelo dell'estraneità s'è insinuato in noi, e il nostro sguardo è ormai ben al di là delle poche illusioni ancora rimaste.
Anche se poi annaspa nel buio.

S'è chiuso un ciclo. Sul nulla abbiamo costruito il nostro amore, e il mare del nulla ha continuato a lambire quel nulla che c'è in noi. Il nulla è un modo di vivere, una difesa strategica di chi non sa o non vuol scegliere alcunché. E' una ragione di vita di chi vere ragioni non ha. E' la tua, ed è stata la nostra maledizione.

Brandelli di sogno
Sudari di fantasmi
Gracidio di rospi
Nello stagno dei ricordi

.

Cerco un'immagine bianca
diafana di silenzi
di sofferenze mai lenite.
Cerco quei tuoi occhi tristi
in cui tutto era già segnato
anche il mio rimorso.
Hai conosciuto solo l'inverno
né io ho fatto niente
per farti conoscere la primavera.
E cerco di dirtelo ora
che forse non m'ascolti.

Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo, per poterlo implorare, quando se ne sente il bisogno.

Prima di nascere che cosa esisteva di me, se non il soffio d'un battito d'ali di farfalla, che qui poi si chiama anima?

La fantasia non galoppava più, le parole non gli uscivano: la sua vena era esaurita.
E se ne stava il poeta a piangere, in silenzio, che tanto nessuno l'avrebbe capito.

Si dice che era generoso, leale e magari pieno d'interessi, tanto la morte perdona tutto, anche le pietose bugie.

 

Disse: "Sarò ricco, forte e seducente, risoluto quel tanto da non risvegliarmi dal sonno almeno quando queste piacevolezze me le sogno". E quando si vantò d'aver realizzato parte di quei sogni, e sentì subito addosso tutto il peso dell'interesse e dell'invidia della gente, s'accorse che nel sogno avevano ben altro sapore.
Cercò allora di ritornare sui suoi passi, ma invano: i sogni non sgorgavano più come un tempo. Si rintanò in se stesso. Si fece crescere la barba, donò ogni suo avere ai poveri, incanutì e si mise alla stregua del più misero e sgradevole degli straccioni.
Disse: "Sono come sono, potrò finalmente esser lasciato in pace?" Questa volta non accennò al sogno.
Evidentemente aveva capito che i veri segreti, quelli più preziosi, vanno custoditi gelosamente, quantomeno in silenzio.

 

Parla e sparla ma certo non s'ascolta. Se s'ascoltasse, forse s'accorgerebbe che le sue parole non hanno alcun costrutto: non significano niente. Al più sono il ben misero frutto d'uno che comunque respira, che è dunque vitale, che vive, ma a modo suo: senza pensarci su, senz'afferrarne il senso, alla stregua d'un vegetale, casualmente.
Sempre che il vegetale non s'offenda.

 

Se s'incaponisce di far presa su qualcuno, il cinico gli fa sfoggio d'ogni titolo, d'ogni privilegio, d'ogni evento in cui egli rifulga di capacità e d'intelletto. Ridondante come un pavone, è disposto a tutto pur di compiacerlo.
Ma come s'allenta l'entusiasmo o svanisce ogni interesse, si rintana, si raggrinza: dà a vedere tutto il contrario.
Arriva ad autoconvincersi che non è successo niente, anzi che quel qualcuno non è mai esistito. Anche se gli è ancora dinanzi.

 

Per i prepotenti, la vita non è un raffinato svolazzo, da fioretto, ma un gioco duro, anzi cruento, da spadoni d'assalto.
Sicchè vivono in una perenne tensione, pericolosamente, col terrore addosso di perdere la ghirba, d'incocciare in uno ancora più deciso... magari già armato di spingarda.

 

La violenza si ritorce quasi sempre contro chi la provoca, sia per l'ulteriore violenza che genera che per la resistenza attiva o passiva delle vittime.
Chi più e chi meno, quindi tutti ci rimettono, però le vittime sono già temprate alla sofferenza, mentre il violento, se spiazzato o a sua volta aggredito, rischia di ritrovarsi quel poveraccio, vigliacco e pieno di complessi che in verità è sempre stato.
Anche se farebbe monete false pur di non ammetterlo.

 

Di culi ce ne sono tanti
piccoli, grandi, ridondanti
ma ce n'è uno che mi par l'eletto
il tuo, anzi il tuo "signor" culetto.

Il passato rinasce, ma ben presto si dissolve nella banalità del presente.

Il ricordo è un'onda di riflusso nel mare magnum dell'eternità.

 

Mi spogliai con la flemma di chi si finge sicuro di sé.
Mi guatavi, di sbieco.
Poi, nudo, me lo ritrovai addosso quel tuo sguardo arcigno, gelido e penetrante come una lama d'acciaio, ed io molle e spennacchiato come un tacchino lesso.
Sicché, inopinatamente pudico, divenni come quel timido fraticello che, preso alla sprovvista senza il saio, s'aggeggi - le mani conserte - a celare le vergogne.


Ciò che conta è vivere il nostro tempo, del resto poco c'importa che in fondo non ci convenga.


1 - pensieri sparsi

le opere pubblicate di mario marion
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LA GRUCCIA SUI TEMPI
ed. Rebellato
POESIE
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