pensieri sparsi e inediti dell'amico mario marion - un uomo discretamente libero e di discreti costumi |
| Qua e là m'annotavo da tempo degli spunti per un romanzo, ma - raccolti e sviluppati nel computer - s'erano via via talmente dilatati, da costituire un impegno a sé stante. Ogni tematica ne ispirava delle altre, così iniziò un avvincente colloquio col computer o, meglio, con me stesso. |
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- pensieri sparsi |
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L'amicizia degli animali, e particolarmente del cane, molte volte sostituisce per l'uomo l'amicizia dei suoi simili. Infatti il cane è una creatura istintivamente fedele, affidabile, leale, quindi un amico paziente, tranquillo, di cui ci si può fidare, e che non ha certamente quelle furbizie, quei "distinguo" o, se si vuole, quei limiti che rendono invece l'uomo così diffidente verso i suoi simili. Inoltre è remissivo, acritico: accetta tutto e non protesta mai. Al più abbaia o guaisce, ma una carezza o un biscottino... e subito scodinzola, riconoscente e felice. Ovvero proprio come certuni pretenderebbero gli umani, se non altro i cosiddetti amici.
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Con quell'incondizionata dedizione che dimostrano a chi sentono vicino, gli animali sembrano creati apposta per aiutare l'uomo, per consolarlo, per fargli ritrovare la purezza e l'ingenuità della sua infanzia. La spontaneità perduta, ma soprattutto quell'entusiasmo di vivere e di rapportarsi alle cose della vita, che il tempo e la consapevolezza della propria individualità, ma anche dei propri limiti, hanno via via arrugginito.
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Chi usa defilarsi da ogni impegno, glissare ogni difficoltà, comunque far di tutto per non soffrire, non è neanche in grado di apprezzare le grandi e forse nemmeno le piccole gioie della vita. Ovvero non vive, ma vegeta. La sua è una vita di sola routine. Un'uggiosa, malinconica, inutile, infinita routine, in cui egli ripercorre, si ripete, si nasconde... passa e sparisce senza praticamente accorgersi di niente, forse neanche d'esser vissuto.
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Se non un caso clinico, l'omosessuale rappresenta comunque una brutta copia, anzi una grottesca parodia dell'individuo cui aspira ad essere. Lo stato in cui siamo o, meglio, che madre natura ha scelto per noi, non permette evidentemente delle deroghe. E se una sessualità sofferta lo spingono prepotentemente in una certa direzione - e quindi ad agire in un certo modo -, il rischio è che prima o poi tutto gli si ritorca addosso. E il profondo senso di vuoto che ne deriverà, se non alla tragedia, lo porrà tristemente di fronte a se stesso, alla disperata ricerca di una nuova, intonsa, credibile identità. Anche se molto probabilmente sarà ormai troppo tardi.
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Ritengono di poter dare un senso alla loro esistenza, abdicando ad ogni residua autonomia o, se si vuole, soggettività e unendosi e omologandosi l'un l'altro. Niente di più ingannevole. Anche quando supporranno di raggiungere una perfetta identità, anche cioè quando idee e costumi collimeranno del tutto (ovvero nel momento stesso in cui si sarà raggiunto proprio l'oggetto dell'unione o della consorteria), nascerà un nuovo problema: il rimpianto d'aver perduto il gusto dialettico delle diversità, quindi il sale stesso della vita. Ormai non avranno più nulla da dirsi e, di conseguenza, nemmeno delle ragioni plausibili per restare insieme. I bei proponimenti del passato e le tanto conclamate affinità, null'altro rappresenteranno ora che delusioni, noia, al più "inutili disavventure". Resa perciò impossibile ogni convivenza, a quel punto ognuno se ne andrà per la sua strada, forse alla ricerca di se stesso e del tempo così malamente perduto, comunque di nuovi equilibri. Ma per poco: "l'iniquo destino", che li perseguiterebbe, li farà ricompiere più o meno lo stesso percorso. E così all'infinito... Quella è gente che non penserà mai in modo autonomo o, meglio, che non sa e non saprà mai rendersi conto del cervello che dispone o, ancora più semplicemente, quella è gente che non sa gestirsi se non porta quel cervello all'ammasso.
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A fronte delle incertezze, delle remore, di tutti quegli assilli che rendono così precari gli equilibri dell'uomo, è la forza del sentimento che prevale nella donna, che la rende più coerente, più concreta: ben più adatta alle gioie e ai dolori della vita d'ogni giorno.
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L'uomo e la donna sono fatti per stare l'uno con l'altra, per divenire - come dire - un tutt'uno. Ma, poiché entrambi interpretano a loro modo quel tutt'uno, dopo le prime avvisaglie o uno dei due cede e si sacrifica, o se ne vanno - e ognuno per la sua strada - nuovamente alla ricerca della cosiddetta anima gemella. Ovvero ricompiono più o meno il medesimo percorso, per poi ritrovarsi incompresi, inconclusi, cioè al punto di prima.
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| Se
mi guardi è perché nel profondo dei miei occhi intravedi il riflesso dei tuoi. Altrimenti ti sarei indifferente. Illusione... inafferrabile certezza. |
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Gli imbroglioni
non si presentano mai con la loro vera faccia e alle volte nemmeno con
il il loro vero nome. Il loro verbo è simulare, comunque farsi
credere diversi da come sono.
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Se ti ha già buggerato, ora l'imbroglione se ne sta certamente alla larga, comunque cerca di non farsi notare... almeno per un po'. L'imbecille, invece, è - come dire - difeso dalla sua stessa imbecillità, per cui, sebbene il risultato sia sempre lo stesso e il gabbato resti sempre tu, te lo ritrovi subito tra i piedi. Tanto per lui non è successo niente. Anzi, se appena accenni a lamentarti o tenti una qualche seppur timida rimostranza, rischi magari che s'offenda. Spudorata innocenza!
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Si avventurano nei viaggi più disagevoli e bizzarri, e vanno lontano, il più lontano possibile, dicono per sfuggire alle banalità, alle consuetudini, ai soliti musi, a quella che per loro è ormai l'opprimente realtà d'ogni giorno, e non si rendono conto che invece è solo dai loro complessi che sfuggono, ovvero da loro stessi. Gira e rigira, così alla fin fine rimangono sempre lì... come l'asino alla mola.
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La cellula madre, poi tante altre cellule. L'individuo, altri individui. Ad ognuno una vita, ad ognuno un destino. Eppoi la fine, la decomposizione. E il ciclo della vita che riprende il suo corso. Tutto come prima. In un gioco perenne in cui io, tu, ogni individuo, ogni altro individuo che verrà null'altro siamo che dei fragili fuscelli in balia del tempo, del caso, o forse di quanto già per noi prestabilito. Da chi? Forse da un'intima motivazione della natura, forse da una certa anima del mondo che abbisogna della nascita e della morte per esistere, o forse da qualcuno, da qualcosa, comunque da una qualche entità cui semplicemente piace così? Forse lo sapremo quando magari non ci servirà più, e forse allora tutto quest'inspiegabile enigma si sarà dipanato. Ma forse rimarrà invece tale, e noi diverremo soltanto quello che già ampiamente si sa, cioè una croce, un'epigrafe, una cartella più o meno ammuffita all'anagrafe o magari in qualche malinconica parrocchia periferica. Eppoi più niente.
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Le idee, come delle palle di gomma, rimbalzano e tornano indietro. Alle volte però non ritornano più e si disperdono chissà dove. Tuttavia lasciano quasi sempre una traccia, un alone: quel profumo d'uomo e di libertà che le rendono preziose. Anche se scomode.
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Anche se divaga, viaggia o s'immerge nella folla, l'uomo resta intimamente abbarbicato al proprio io interiore, quindi a quella stessa solitudine che intende sfuggire. Ma ha anche l'incoscienza di non rendersene conto, comunque di non filarci su. Per cui ride per non piangere, e magari gli va bene così.
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Se, ad esempio, cerchi la verità alla fine ti ritrovi con l'angoscia, idem se persegui la giustizia. Ma in fondo che diritto abbiamo noi di rendere le cose così false e difficili? La vita è bella proprio perché indefinibile, per cui va lasciata tale, proprio così com'è..... O no?
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Penso
che tutti noi vorremmo innamorarci, e magari fino al punto d'incretinirci
del tutto.
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Che la proclami o la sottenda, ma già la verginità può rappresentare un'attrazione pressoché irresistibile, comunque un patrimonio per la donna. E ciò perché tuttora persiste nell'inconfessabile di gran parte degli uomini la leggenda, anzi il mito della verginità della donna. Mammone inguaribile, a quest'ingenuo romantico innanzi tutto piace ancora restare bambino, sognare, illudersi delle fate e quindi elevare la sua donna ad angelo, addirittura a santa come la sua mamma, per l'appunto.
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Già
prime della classe, prime al coro e al saggio ginnico; linde, di garbata
eleganza, profumate quanto basta, sempre le più solerti agli
auguri e alle feste di beneficenza. La domenica a messa.
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E' una tipica mania del cosiddetto uomo della provvidenza, in genere di tutti i dittatori, d'intendere la storia, specie quella del proprio paese, come qualcosa di strettamente personale, per cui va rivista e corretta. E non è che l'inizio, purtroppo. Il peggio avviene dopo: quando s'attaccano alla geografia.
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Chi osa pensare autonomamente, se in democrazia è un originale, comunque un simpatico sognatore, in dittatura è un invasato, comunque da ricoverare. Se poi si dà da fare anche in politica, l'un po' meno simpatico della democrazia, diventa il reazionario e nemico del popolo della dittatura.
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La liberaldemocrazia, se da un lato tende a far evolvere i cittadini a soggetti maturi e partecipativi, dall'altro, vanificando le ideologie - quindi le passioni politiche -, forse ne assopisce le coscienze. Le assopisce, non le addormenta, anzi non le manda in letargo: quella è un'abitudine dei regimi.
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Chi persegue un suo ideale di perfezione, crea e ricrea nel recesso più profondo della sua mente quei sogni e quelle fantasie che tanto vere e realizzabili gli sembravano da bambino. E il bello è che lo fa inconsciamente, con l'entusiasmo e l'inesperienza di chi non è mai cresciuto.
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Un bel gattone randagio un dì lo scelse per compagno. E fu subito amore. Ma un amore rispettoso, paritario, senza padroni: appunto da compagni. Cioè quell'uomo si conformò alle regole, anzi alla civiltà dei gatti.
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Gli occhi lucidi, la mano nella mano, lentamente, chissà dove vanno. Forse nel giardino della loro infanzia, più su, ove un tempo s'incontrarono. Ove i vecchi lampioni a gas brillano ancora, e l'incerta luce sfuma ancora nell'ombra dei grandi alberi, di quegli alberi galeotti, ove si scambiarono i primi baci, ove i loro sogni di ragazzi volarono via, nel magico cielo dell'amore, e lì si realizzarono. Ora le rughe, gli acciacchi, malsicuri nelle gambe e forse un po' ingobbiti, ma sanno ancora sognare, e, per chi ama, lassù i sogni sono sempre gli stessi.
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Fin dal primo momento restò affascinata dalla luminosità dei suoi occhi, ma soprattutto dalla sua figura, da quell'inusitato alone di mistero che gli si percepiva attorno. Quel bisogno d'imprevedibilità e di mistero tipico di donne che troppo sognano, e che le fa innamorare non tanto di una persona, quanto di una loro particolare e solitamente effimera idea. E fu così anche per lei: un amore improvviso, a prima vista, ma esaltante, appassionato, da perderne la testa. Da ridurla al punto che, abbandonando ogni remora, prese l'iniziativa e glielo rivelò, e si disse anche disposta a tutto. Ma quegli occhi crudeli, divenuti di ghiaccio, resero vana ogni sua illusione. Quattro parole di convenienza, un tenue sorriso - forse di compatimento - e si dipanò anche il mistero: pure "lui" era una donna, ma detestava gli uomini, sicché si divertiva a circuire e poi a ridicolizzare proprio le ingenue come lei, "nate schiave e leccaculo (disse proprio così) di quei mascalzoni".
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librò, volò ben oltre a ciò che avrebbe mai potuto
pensare.
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Se non
lo chiamavano barone, ci restava male. Difatti, oltre al titolo, non
che gli rimanesse granché: soldi pochini, salute non proprio,
e per il resto... meglio lasciar perdere. Comunque sia i lontani parenti
che gli antichi amici del cosiddetto bel mondo l'avevano da tempo lasciato
a se stesso. Oramai era più o meno un sopravvissuto, e sebbene,
nei tratti e nell'incedere, fosse rimasto quel gran signore d'una volta,
il vestito frusto, per quanto decoroso, rivelava purtroppo la cruda
realtà. L'unica residua raffinatezza, quel monocolo un po' rococò,
dono ancora di suo padre, decenni addietro. Sì, perché,
a differenza dei soliti monocoli, il suo era tutto cerchiato d'antico
oro zecchino, finemente lavorato, perciò di valore inestimabile,
e chissà come preservato dai vari ufficiali giudiziari e dalle
tante disavventure occorsegli. Per cui se lo soppesava, se lo rigirava
e rigirava nelle mani, e la sensazione di calore che si sprigionava
dalla lente e dal metallo soffregato la percepiva tutta, dolcemente
addosso, faceva parte di lui. Barone-monocolo, ecco una ragione per
vivere! E l'antica perizia, che ostentava orgogliosamente allorquando
se lo infilava nell'occhio sinistro, era ancora il nobile segno, lo
stile di una schiatta, che neanche la sua totale decadenza aveva reciso.
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Il politico di razza ha la peculiarità di saper interpretare ogni minima variazione dell'opinione pubblica, adeguandovi la sua politica. Ed è estremamente positivo che in democrazia, se non l'unico, questo sia di gran lunga il modo migliore di fare politica. Se non altro è meno dannoso un politico pragmatico e magari un po' opportunista, ma che s'attenga al buonsenso e alla realtà in cui vive, dei cosiddetti gran campioni di coerenza, quelli che, nel passato come nel presente: "vanno sempre diritti per la loro strada". Che purtroppo è anche quella strada da cui solitamente non si torna indietro.
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L'imponderabile legge del contrasto, che regna tra gli uomini (e ben meno tra le donne), pone chi si ritiene in difetto a sforzare proprio lì, ov'è più scoperto, dunque ad agire esattamente all'inverso di ciò che la sua natura richiederebbe. Ma se alle volte un timido potrà anche sembrare uno sfrontato, un nano non diverrà mai un gigante, anzi tutti i suoi tentativi, i suoi bluff, alla lunga gli si ritorceranno addosso: annegherà nel ridicolo. Buffa quest'umanità: si vive e ci si tormenta, ma, in buona sostanza, solo per apparire, quasi che l'essere ci fosse d'impiccio.
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A forza di riempirsi la testa di pedanti elucubrazioni, pian piano s'era accorto che sostanzialmente l'oggetto di quei pensieri era appunto il pensiero. Ma un pensiero circolare, sterile, inaridito, per cui fine a se stesso, comunque fuori della realtà. Che poi si trattasse di mero intellettualismo o solo pensiero da snob, non se lo seppe o non se lo volle dire. Del resto detestava gli snob... come lui.
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Il ricordo ci serve per enumerare quanto a noi già successo e le relative sensazioni, ma quasi certamente nel modo e nei tempi che più ci aggradano. Ogni tanto però il teorema si ribalta: come una gran pioggia d'agosto, il passato ci piomba addosso quando meno lo si aspetta, e si salva solo chi riesce prontamente a ripararsi, ovvero a dimenticare.
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Te ne
andavi stancamente a cogliere
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Quantificando il valore del rapporto, il suo corpo veniva soppesato ad etto, ed ogni suo palpito, ogni suo abbandono, le erano valutati per difetto. Allora se ne stette zitta, in silenzio, a contar pecore con gli occhi socchiusi sul vuoto del soffitto. In fondo l'ingombro di quel corpo greve e ansimante su di lei, quelle mani sudaticce ovunque sulla sua pelle, sebbene di suo marito, per lei divennero invece un gregge di pecore che, pur belando e brucando qua e là, prima o poi se ne sarebbero ritornate all'ovile. E così avvenne che, a forza di veder pecore, cominciò pian piano a sentirsi prato, per cui non si preoccupò più di niente, neanche se le avesse fatto - per dire - i bisogni addosso. Tanto un prato non soffre, né tanto meno reagisce.
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Forse per l'educazione ricevuta, forse per una sua inconscia, quanto impellente necessità, ma più soggiaceva alle pretese del suo uomo, più - se non proprio appagata - si sentiva a suo agio, forse amata. Poi un giorno egli le accennò di un'altra coppia, di nuove, eccitanti esperienze. Accettò di buon grado. E fu così che conobbe chi le fece improvvisamente scoprire ben altre dimensioni del piacere, che ne mutò il destino... Gianna, il suo nome.
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Suggestionata dal memoriale di una famosa cortigiana del '700, abbandonò il protettore e la stradaccia in cui "faceva il mestiere", e da quella tipica buona ragazza acqua e sapone, tutta - si fa per dire - casa e lavoro che era, divenne all'improvviso una sofisticatissima signora che, tra sottintesi e raffinatezze, emanava quel fascino misterioso e proibito della classica femmina d'alto bordo. Cioè aveva capito che per farsi desiderare non conta la naturalezza, la normalità, ma l'idea stessa del mistero, della diversità, del sogno o - se si vuole - l'illusione, e che quel lui da irretire - o piuttosto da spennare -, anche se il meno proponibile, deve comunque sentirsi un seduttore, perciò parte integrante ed esclusiva di quest'illusione, anzi l'interprete principale.
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Tra sguardi assassini, gridolini, mossettine e finti deliqui, capita pure che una tenera e ingenua contadinella, rapita da un ipotetico bruto - e di cui io sarei l'altrettanto ipotetico ed eroico salvatore -, al momento giusto si trasformi in un'erinni altera e insofferente. Dalle stelle alle stalle. Eppure era dai tempi della Duse e della Bertini che non m'innamoravo così. E sì che è ancora più vecchia di me!
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Per stravaganza o forse un po' per civetteria, all'inizio dà l'impressione di prendersi gioco di me, e solo quando s'accorge del mio imbarazzo, s'abbandona, si lascia andare, si fa cogliere come se così volesse autopunirsi. E, fra le altre sue bizzarrie, ciò capita spesso, quasi di norma, per cui conosco bene la lezione. Al più mi resta ancora da capire se il desiderio che ho di lei è frutto soltanto della sua prepotente, quanto complicata femminilità o più semplicemente della mia inclinazione per il teatro e per le recite in genere? Ovvero l'amo in quanto donna o in quanto attrice? Ma ciò che importanza ha? Basta che esista o, meglio, che ci stia. Comunque per quest'amore sono disposto a tutto, anche a farle da pagliaccio o a seguirla come un cagnolino. Tanto so che alla fine qualcosa ottengo.
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Non riesco a capacitarmi che qui, accanto a me, ormai dorma una vecchia. Eppure il tempo è passato anche per me, e credo proprio illusorio pensare che con me sia stato più indulgente. Ma gli anni, dicono, sono quelli che si sentono, per cui basta ignorarli, al più non guardarsi nello specchio. E al che mi attengo. Ma quando, appunto, ci si specchia nelle persone che ci sono ancora vicine, e con cui, nostro malgrado, è inevitabile il confronto: allora è proprio lì che casca l'asino! Sì, lo so che purtroppo il tempo non risparmia l'onta a nessuno - perciò nemmeno a chi, come me, le tenta tutte -, pur tuttavia non m'accontento, né m'accontenterò mai di quanto ancora mi resta ... se resta.
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Di natura estremamente delicata e sensibile, quando finalmente incocciò in colui che riteneva l'uomo dei suoi sogni, credette d'aver raggiunto il culmine d'ogni felicità. Per cui quel suo difficile passato, le tante, inutili e alle volte sgradevoli esperienze: ogni cosa era ormai negletta, dietro a sé, come un incubo, orribile ma già in totale dissolvenza. Stava invece ritrovando se stessa e, con se stessa, l'indicibile emozione di vivere all'ombra di quel suo meraviglioso principe azzurro, di sentirsi ricostruita, rifatta a sua misura: sua dentro, quindi per lui disposta a tutto. E, in cambio di cotanto amore, egli adesso s'accontenta ben di poco: i quattro soldi dell'incasso e qualche sporadico schiaffo, dice per scuoterla, per farla sentir viva, ma forse intende solo che "batta" con più entusiasmo.
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Era innamorata dell'amore in sé, ma d'un amore pressapoco ipotetico,
contemplativo o, se si vuole, spirituale. Sicché per lei l'amore
era parola, espressione gentile del sentimento e, al più, uno
sguardo nello sguardo che magari trascenda fino all'abbandono, alla
catarsi, ma giammai ad un banale o, ancor peggio, volgare contatto fisico.
Quasi una fissazione la sua, cui tuttavia avrebbe voluto coinvolgere
qualcuno, bello o brutto che sia, ma gl'inutili tentativi finora perseguiti
l'avevano resa alquanto scettica, quindi sempre più sfuggente
e titubante con gli altri e, di conseguenza, sempre più irrequieta
e insoddisfatta di se stessa. Del resto, se in parte il malessere era
solo latitanza d'affetto, dall'altra veniva acuito dal continuo contrasto
tra la coerenza ai suoi principi morali, ovvero al sogno, e il subdolo,
ma impellente richiamo alle sue esigenze fisiche, ovvero alla realtà.
Uno stimolo questo che lei aveva, appunto, in un certo qual modo compresso,
perciò già risolto, ma che, per colmo d'ironia, le si
manifestava invece in un aspetto con che di selvaggio e, nello stesso
tempo, di sensuale: il fascino misterioso d'una femmina inquietante,
spregiudicata e inoltre, in apparenza, anche ben disponibile. Ma poi
coloro che invano erano attratti dalle sue grazie, se indubbiamente
la turbavano, di fatto non toglievano alcunché al vigore dei
suoi convincimenti. Fra l'altro si rendeva perfettamente conto che quel
suo modo cerebrale e comunque teorico di porsi, avrebbe senz'altro messo
ogni rapporto su un piano improbabile, per non dire impossibile, e che
pretendere in una società come la nostra che si parli tanto dell'amore
e che poi non se ne faccia niente è davvero bizzarro, anche per
chi ce la mettesse tutta, e infine che, se un'anima gemella ci fosse,
certamente non era quello il modo migliore per convincerla. Infatti
su tutto era disposta a transigere, meno che sulla sua verginità,
e non per dei banali preconcetti, né per aver deciso di sacrificarla
a qualcuno o a qualcosa - del resto non aveva alcuna vocazione alla
santità -, ma perché davvero puntava molto più
in alto: alla sublimazione dell'amore, quindi al perfetto compimento
del percorso intrapreso. Perciò, al momento, non se n'ebbe a
male quando s'accorse che i suoi spasimanti, vista l'inutilità
dei loro sforzi, un po' alla volta avevano cambiato strada, ma, dai
oggi e dai domani, le s'era creato il vuoto attorno, per cui, nulla
avvenendo e non recependo più così alcun particolare sprone
dall'esterno, sempre più s'invischiò in una solitudine
senza alternative, quasi monacale, che, se non la modificò nel
profondo, le conferì un aspetto ben diverso: più nobile,
quasi ieratico, affinato dagli slanci dello spirito e dalle rinunce
del corpo, ma anche fatalmente inconosciuto, racchiuso in se stesso.
E ciò se non altro la spinse ad una certa consapevolezza e conseguentemente
ad una certa critica dell'utopia che stava vivendo, ovvero: se persisteva
a ritenere incommensurabile il sentimento che l'invadeva tutta, pian
piano s'insinuava in lei anche l'idea di quanto esso fosse maledettamente
sterile, rappreso com'era in quell'angelica vacuità, che la rendeva
sì come una musa dei propri sogni di grandezza, ma inanimata,
inutile, più o meno come un bozzolo che non si schiude mai. "Non
ci si può amare da soli - cominciò a pensare - o perlomeno
per me non è sufficiente". Era cioè il tempo di cambiare,
e cambiò. Divenne membro dell'Esercito della Salvezza e quindi
missionaria laica. La inviarono in Africa, tra i bantù, e di
lei non s'è saputo più niente.
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Se non siamo dei geni o dei matti (ovvero della gente che non sembra nemmeno più di questo mondo), le care abitudini e gli annosi e ormai frusti rapporti di routine tendono inevitabilmente a farci rientrare da ogni nostro per quanto vago volo pindarico, omologandoci invece a chi ci è attorno: le cosiddette persone normali. Ne consegue che il mare magnum della mediocrità trascina fatalmente a sé pure noi, finché - come delle conchiglie, sulla sabbia, nella risacca - ci sommerge del tutto.
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C'è chi va in chiesa con speranza, chi con sussiego; chi per dare, chi per ricevere; chi si strugge, chi gioisce: la chiesa è un via vai di sentimenti, di profonde, antiche esigenze, in cui il senso del sacro e del profano alle volte coincidono. Ma purtroppo ci sono anche quelli che prendono la chiesa per un luogo pressoché mondano, in cui comunque si va solo per osservare la gente com'è vestita, che dice, o altre amenità del genere. Non certamente per dissacrarla - non ne hanno la taglia -, difatti per costoro nulla esiste o quantomeno non li riguarda, in ogni caso nulla conta che non avvenga poi al mercato, allo stadio o al bar all'angolo. Al più sanno tutto sul tempo o sui fatti degli altri e, salvo eventualmente a malignarci, l'unico vero scopo della loro vita resta ancora quello di trasbordarsi ovunque suppongano di poter trascorrere al meglio le ore. Come se gliene restassero tante...
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Oltre a sconvolgerne la vita, ogni prepotenza lascia dietro a sé tanta amarezza nelle vittime, tanta delusione, tanta voglia di fuggire il più lontano possibile. Magari alla ricerca di un'ipotetica giustizia, in cui alla violenza si reagisca con altrettanta violenza. Ma tra violenti in fondo si capiscono, sicché le vittime rimangono quasi sempre vittime. Forse ne sono già predestinate.
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Sarà solo apparenza, ma, al momento della dipartita, quel tizio che tutta la vita ha eccelso unicamente per la sua cattiveria, ha un'infinità di gente raccolta e contegnosa attorno a sé, e, salvo la solita sceneggiata dei più zelanti - cioè quelli del finto groppo alla gola o piagnisteo -, ovunque aleggia nell'ambiente quel tono severo e compreso che la circostanza pretende. Eppure ben pochi, forse nessuno che abbia almeno qualche valida ragione per soffrirne: i più sono lì solo perché non vedono l'ora che muoia. Ma, se si guardano bene dal palesarlo, se evitano gli insulti e i sogghigni che invece costui comunque meriterebbe, è un po' perché lo temono ancora, ma è anche perché, a forza di botte e umiliazioni, ormai non sono più capaci di ribellarsi, ma nemmeno di ridere se ne hanno voglia. Eppoi i diavoli, si sa, purtroppo sono immortali.
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Poco fa ha dissertato di civile convivenza e dell'imperativo categorico di Kant, ed ora furente, lì, sul campo di tennis, che s'agita e strilla come un assatanato per una semplice pallina contestata. Ovvero, quando alla ragione prevalga l'istinto si sveglia anche la belva che c'è in noi, e sebbene ciò sia un punto debole per tutti, lo è ancora di più per quelli che si ritengano diversi, comunque migliori.
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Che conta aver la pazienza d'un angelo! Certa gente è meglio lasciarla perdere o far finta che non esista. L'irascibilità e l'intolleranza vanificano ogni nobile teoria, ma anche ogni buona volontà.
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L'amore è un brulichio di sensazioni che allargano all'infinito il nostro spirito. Sensazioni che dal cuore s'imprimono nella mente e quindi nella memoria, in quel crescendo dolcissimo, che già di per sé è uno straordinario segno di speranza, anzi un'iniezione d'ottimismo, che modifica dal di dentro chiunque ne sia rapito. E lo si nota dalla ritrovata elasticità dei movimenti, dalla luminosità dello sguardo, dal tono suadente della voce, da quella carica di simpatia e di giovinezza che rende così piacevoli gl'innamorati, anche agli scettici o ai più scontrosi. E' certamente un miracolo, ma è anche un miracolo alla portata di tutti. Basta averne il talento.
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Magari inconsapevolmente ma, per la quasi totalità dei comuni mortali, amare è attribuire alla persona amata il senso profondo dei propri desideri. Che poi corrispondano o meno, alla fine solitamente non si formalizzano: s'accontentano e se la prendono così com'è. Per quei rari spiriti che invece tendono ad elevare la realtà a sogno, il grande amore, quand'anche ignorato o non contraccambiato, si riflette e si trasfigura nella persona amata. Come l'idea platonica dell'amore, vive per sé, di luce propria, mentre il resto, o meglio il suo concretizzarsi, se non inutile, è più o meno una pia illusione. A dar loro bada, persino l'umanità sarebbe così un equivoco. Loro esclusi, s'intende.
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Le emozioni e le passioni, se impreziosiscono il tempo vissuto, lo rendono anche estremamente fugace, nel mentre la pigrizia e la noia, poiché danno la sensazione di non finire mai, viceversa ne interrompono la crescita, quindi in pratica lo allungano. Immalinconendolo, però.
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Come le idee si affinano e in un certo senso divengono riflessive, così il segno del tempo matura in noi un velo di tristezza, di malinconia, e la beata incoscienza e lo scoppiettio felice delle idee del passato degradano allora nel nulla, come del resto la nostra giovinezza. Se ne va così con gli anni gran parte della nostra fantasia, della nostra creatività: diveniamo "grandi" per il senso comune, ma ancora più "piccoli" nel profondo della nostra coscienza. E in quel bonario, accattivante sorriso che ora accenniamo appena affiora il ricordo null'altro si scorge ormai che un nostro canto del cigno.
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La vera conoscenza del passato si cela nelle vicissitudini, per non dire nella psiche d'ogni singolo individuo (quindi sparisce con lui) e poi - ma solo accettando la precarietà o la parzialità d'una sintesi - nel popolo che lo rappresenta e quindi nell'umanità intera. Ovvero, malgrado l'impegno, noi dal semplice racconto ricaviamo impulsi, impressioni e non assolutamente certezze. Sicché ogni cosa che, in parte o del tutto, riteniamo di aver saputo è invece lo specchio sbilenco, comunque deformato, del nostro personalissimo concetto della conoscenza. Null'altro che un io riflesso.
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Con tutti quegli sforzi che fanno per farsi notare, certi personaggi ti piombano letteralmente addosso. Evidentemente non si rendono conto che l'impressione che danno è commisurata al loro invasamento, anzi alla loro stupidità.
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Non è sfuggito da tutto e da tutti, e non s'è messo a far l'eremita per rancore verso la gente ma piuttosto perché ne era suggestionato, anzi la temeva, come se la pressione della gente, quel suo sciamare senza fine, lo potesse fagocitare, sommergere, gli potesse cioè far perdere quella sua particolarissima identità di uomo cocciutamente solo e autosufficiente. In un certo senso si sopravvalutava: la gente ha ben altre cose cui badare che alle sue fisime, tantomeno se inespresse. Sicché nessuno se ne accorse, nessuno che tentò di fargli cambiar idea, e in quei suoi occhi sbarrati, assenti, quasi fossero proiettati nel nulla, ora c'era tutta la consapevolezza d'una solitudine senza scampo. Forse il rimpianto di quel calore umano, lasciato sempre al di là della sua porta, ma che in fondo accalorava pure lui... anche se non l'avrebbe mai ammesso.
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Il mutismo e l'inespressività del suo volto evidenziavano crudamente la sua nullità. Poi seppi. E seppi anche che gli occhi dei sordomuti vedono ben al di là, comunque molto più in là di quei fessi come me, che hanno la presunzione di saper giudicare da quattro chiacchiere e da un qualche balenio delle pupille. Come se l'abito facesse sempre il monaco.
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Le muraglie dell'io irte s'innalzano a me d'intorno. Al di là, la fantasia galoppa sul cavallo alato dei sogni, su, nella nirvanica valle dell'amore, ove ogni zolla, ogni leggiadro prato fiorito pullula di tenere fanciulle innamorate. E sono tutte lì per accogliermi e rendermi felice, come se esistessero apposta per me. Una melodia lontana, il tiepido languore dell'aria, quel distacco dalla realtà che ti fa sentire immortale, il turbamento di chi si sente desiderato... Inganno. Per ammansirlo e portarne via in groppa qualcuna, a quel cavallo non basta certo lo zuccherino, né che accenda fuochi e abbassi il ponte levatoio. E' ombroso, fatto a modo suo: rifiuta ogni approccio, anzi dopo in po' scalcia e mi sbatte giù. E qui appunto ci sono e ci sto, sempre più prigioniero di me stesso. Ma ora ho una grande idea nella testa: quella di fargli intravedere una cavalla che l'aspetta. Magari con le ali posticce.
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Se con quell'inatteso, quanto insperato invito alla première toccammo il settimo cielo, i soldi che poi spendemmo ben presto ci riportarono a terra. Ma non ce ne preoccupammo quel giorno, lungo il percorso, con gli occhi ammirati della gente per il perfetto "à plombe" del mio fiammante smoking e del tuo splendido abito firmato non so da chi. Dopo tanto attendere, avevamo - come dire - cambiato pelle, ed ora ci ritenevamo pure noi "à la page", emuli di quegl'idoli tanto declamati: quegli elegantoni pavoneggianti, magari ampollosi, alle volte molli, alle volte un po' sdegnosi, fors'anche un po' snob, ma con quel segno addosso, tipico d'una certa classe, d'una certa, affascinante unicità. Sicchè anche i nostri rinnovati pensieri veleggiavano altrove, proiettati ormai nel gran mondo, tra inchini e baciamano, nelle misteriose suggestioni dell'esclusivo tempio della mondanità che già ci appariva dinanzi. E fu così che, beandoci e gloriandoci, al momento non demmo alcun peso alla strana gente che si agitava nel piazzale antistante il teatro. Ma giunti proprio al culmine, quando, tesi come un violino, già pregustavamo la solenne entrée, quelle accidenti di uova marce piovuteci all'improvviso addosso ci riportarono brutalmente a terra con tutte le nostre illusioni. Presi allora dalla rabbia o piuttosto dal panico, raggiunta finalmente la soglia del teatro dopo una fuga alquanto indecorosa, ancora inebetiti, puzzolenti e con gli abiti tragicamente sciupati, ci guardammo in faccia, sconsolati. Per un nostro particolare modo di essere, e la buona sorte nei momenti più difficili, siamo sempre riusciti ad astrarci e a sfuggire dalla realtà, e quindi, pur udendo vagamente i rari cenni di solidale simpatia o l'ilare brusio della gente, ora coglievamo soltanto il battito dei nostri cuori. Amore mio, che ridere... quel tuorlo d'uovo appiccicato a mo' di cappellino alla tua mèche appena fatta, e il rimmel che, dai tuoi occhi, frammisto all'albume, scendeva fino al decolletée! Che ridere quel garofano d'uovo sul rèver dello smoking; che ridere poi, nello specchio, come due pagliacci tutti impiastricciati, pronti alla gag! Ebbene grazie, grazie per averci fatto rinsavire... grazie tangheri!
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Disse: "Sarò ricco, forte e seducente, risoluto quel tanto da non risvegliarmi dal sonno almeno quando queste piacevolezze me le sogno". E quando si vantò d'aver realizzato parte di quei sogni, e sentì subito addosso tutto il peso dell'interesse e dell'invidia della gente, s'accorse che nel sogno avevano ben altro sapore. Cercò allora di ritornare sui suoi passi, ma invano: i sogni non sgorgavano più come un tempo. Si rintanò in se stesso. Si fece crescere la barba, donò ogni suo avere ai poveri, incanutì e si mise alla stregua del più misero e sgradevole degli straccioni. Disse: "Sono come sono, potrò finalmente esser lasciato in pace?" Questa volta non accennò al sogno. Evidentemente aveva capito che i veri segreti, quelli più preziosi, vanno custoditi gelosamente, quantomeno in silenzio.
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Parla e sparla ma certo non s'ascolta. Se s'ascoltasse, forse s'accorgerebbe che le sue parole non hanno alcun costrutto: non significano niente. Al più sono il ben misero frutto d'uno che comunque respira, che è dunque vitale, che vive, ma a modo suo: senza pensarci su, senz'afferrarne il senso, alla stregua d'un vegetale, casualmente. Sempre che il vegetale non s'offenda.
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Se s'incaponisce di far presa su qualcuno, il cinico gli fa sfoggio d'ogni titolo, d'ogni privilegio, d'ogni evento in cui egli rifulga di capacità e d'intelletto. Ridondante come un pavone, è disposto a tutto pur di compiacerlo. Ma come s'allenta l'entusiasmo o svanisce ogni interesse, si rintana, si raggrinza: dà a vedere tutto il contrario. Arriva ad autoconvincersi che non è successo niente, anzi che quel qualcuno non è mai esistito. Anche se gli è ancora dinanzi.
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Per i prepotenti, la vita non è un raffinato svolazzo, da fioretto, ma un gioco duro, anzi cruento, da spadoni d'assalto. Sicchè vivono in una perenne tensione, pericolosamente, col terrore addosso di perdere la ghirba, d'incocciare in uno ancora più deciso... magari già armato di spingarda.
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La violenza si ritorce quasi sempre contro chi la provoca, sia per l'ulteriore violenza che genera che per la resistenza attiva o passiva delle vittime. Chi più e chi meno, quindi tutti ci rimettono, però le vittime sono già temprate alla sofferenza, mentre il violento, se spiazzato o a sua volta aggredito, rischia di ritrovarsi quel poveraccio, vigliacco e pieno di complessi che in verità è sempre stato. Anche se farebbe monete false pur di non ammetterlo.
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Mi spogliai con la flemma di chi si finge sicuro di sé. Mi guatavi, di sbieco. Poi, nudo, me lo ritrovai addosso quel tuo sguardo arcigno, gelido e penetrante come una lama d'acciaio, ed io molle e spennacchiato come un tacchino lesso. Sicché, inopinatamente pudico, divenni come quel timido fraticello che, preso alla sprovvista senza il saio, s'aggeggi - le mani conserte - a celare le vergogne.
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