pensieri sparsi e inediti dell'amico mario marion - un uomo discretamente libero e di discreti costumi |
| Qua e là m'annotavo da tempo degli spunti per un romanzo, ma - raccolti e sviluppati nel computer - s'erano via via talmente dilatati, da costituire un impegno a sé stante. Ogni tematica ne ispirava delle altre, così iniziò un avvincente colloquio col computer o, meglio, con me stesso. |
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- pensieri sparsi |
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Dal momento che commisurano la grandezza d'una persona dalla sua notorietà, è giocoforza che tendano anche a giustificare, comunque a ritenere del tutto insignificante ogni sua miseria. Per timore di smitizzarlo, preferiscono anzi illudersi che quel personaggio rappresenti, oltre a se stesso e a quel suo particolare "splendore", una parte e non trascurabile di loro stessi, o meglio di quella loro strana e altresì incombente nevrosi - diciamo da identificazione - che comunque impone loro d'assomigliare, fino ad immedesimarsi in quel qualcuno che ammirano, tanto da sentirsene irradiati di luce riflessa. Come se, esaltandolo, esaltassero pure loro stessi, magari anche illudendosi d'una ipotetica rivincita verso chi si ostina a ignorarli.
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La violenza in genere, ma quella che si scatena negli stadi in particolare, è il risultato più evidente dell'impossibilità, anzi dell'incapacità quasi patologica dei cosiddetti ultras a darsi una regolata, a ragionare, a dimostrare a chi li sopporta almeno un barlume d'autonomia e di buonsenso, in sintesi d'umanità. Sicché il tifo calcistico è per costoro solo un'occasione per ritrovarsi a fine settimana, tutti assieme, finalmente annullati nel gruppo, in un contesto comunque protettivo, quasi da branco, in cui ogni loro timidezza può impunemente trasformarsi in chiasso, ogni vigliaccheria in rissosità e prepotenza, e la più stolida ignoranza in ispirazione e vanto di quel loro, appunto, ultrasquallido branco.
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La guerra è una vera jattura per l'umanità, e non ci sono, né ci sono quasi mai state delle irreparabili o comunque sufficienti ragioni per provocarla. Ma i finti pacifisti, s'intende quelli politicizzati, a senso unico, per lo stesso fatto che possono impunemente agire in malafede, danno ampia giustificazione proprio alla parte belligerante contro cui sono mobilitati. Ovvero, se bene o male lì vengono ancora pazientemente sopportati, con molta probabilità quella parte avrà avuto a suo tempo altrettanta pazienza, e quindi dei serissimi motivi per entrare in guerra.
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Nel mentre i falsi moralisti si fanno immoralmente i fatti loro, ma di nascosto, senza darlo a sapere, i veri moralisti, i cosiddetti incorruttibili, già da secoli fanno più o meno le stesse cose, ma alla luce del sole, senza alcun pudore. Tanto ciò che è o non è morale è roba loro, da patteggiare esclusivamente tra di loro, in quella loro tronfia, indubitabile, quanto maledettamente perenne priorità.
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Ribellarti per te è inconcepibile, anzi più ne approfittano e più lo chiami amore. Eppure non te lo meriti.
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Per quanto deludente, la faccia che mi ritrovo null'altro è che la risultanza del tempo e dell'esperienza acquisita, ma l'alibi della memoria e le abitudini più o meno fasulle, se m'illudono, mi determinano anche tali e tanti complessi, da spingermi a mascherarla con occhiali neri e cappellaccio da bullo. Quasi che a farla vedere così, da tenerona com'è, fosse uno scorno.
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Come in uno specchio, è nel segreto d'ognuno di noi che si riflette lo spirito del tutto. Ma ci vuole la sensibilità per poterlo intuire o almeno gli occhi per poterlo intravedere. Più delle tante parole, è proprio la solennità del silenzio che fa capire il senso profondo delle cose, i vari perché della vita.
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Pur viaggiando in lungo e in largo o comunque approfittando appieno d'ogni opportunità, d'ogni stramba offerta di questa nostra cosiddetta civiltà dei consumi, se si è incapaci di socchiudere gli occhi e di lasciarsi andare nel magico regno dell'immaginazione, se cioè non ci si rende conto che è proprio nel mondo dei sogni o, se si vuole, della realtà virtuale, che ne consegue, che si possono sciogliere i nodi più intricati, i complessi più radicati, i momenti più bui o significativi della nostra esistenza, allora è proprio del tutto inutile lamentarsi della noia o, peggio, di quella struggente, quanto tenace malinconia, che di norma affligge chi non sa o non può vedere al di là del proprio naso. Non quindi i viaggi o le grandi, quanto improbabili avventure, ma l'attesa, l'idea che le stesse possano o debbano avvenire. Tanto più che se c'è in noi una qualità che in un certo qual modo ci distingue, se non altro dagli animali, è quella di poter viaggiare nella fantasia. Difatti la memoria tangibile dell'esperienza acquisita nel viaggio si decanta quasi subito, e quanto resta è soltanto una nostra particolare sensazione, verosimile o non, ma commisurata, appunto, solo all'intensità e alla qualità di questa nostra perciò preziosissima, ma fin troppo negletta immaginazione.
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Tra il via vai di camici bianchi e parenti, sgomento, il povero paziente, con lo sguardo fisso al di là del vetro del balcone, cerca invano nel buio della notte chi, beffardo, gli sta sogghignando nell'orecchio: "Crepa scemo! Qui non c'è più posto per te". Traluce soltanto, e sempre più distante, una falce di luna calante.
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Gl'impietosi segni del tempo, il peso abnorme del tuo vecchio corpo, e quella tua anima giovane, intonsa, veloce come il vento, a tracciare agili arabesques nel cielo terso dei tuoi occhi. Forse nemmeno lo sai, ma gioia e orgoglio m'è l'esserti figlio.
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L'abitudine
intorpidisce membra e cervello ed è l'anticamera della nevrosi. |
A forza d'immedesimarsi negli altri ormai quell'analista non è più neanche in grado di riconoscere la sua immagine riflessa nello specchio. Come se gli fosse sconosciuta. Sicché l'altro del momento, contiguo o magari indistinto, forse persino inesistente (ma che comunque pensa e agisce in lui), se lo rende in un certo senso alieno a se stesso, d'altra parte ne appaga la coscienza, comunque collima con quella sua strana identità che, per ritrovarsi, abbisogna di rifiutarsi. Come dire che è più paziente lui del paziente che cura.
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Il passato che incombe, che ci si piange su, che non si vuol ammettere che non ritorna più. Ne consegue un presente incerto, precario: una piatta staticità, in cui il pretesto d'essere tutto d'un pezzo, più d'una giustificazione, dà proprio l'idea dell'inconcludenza, d'un pavoneggiarsi senza costrutto di robaccia da soffitta. Occorrono invece programmi, progetti, perlomeno quelle idee che, sebbene non realizzate, sebbene vengano e vadano dalla mente o, se si vuole, null'altro siano che delle sterili bolle di sapone, comunque ispirano un momento di riflessione, magari d'entusiasmo, che è poi dare un senso al vivere, un'iniezione di gioventù.
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Al di là del big-bang, di pianeti, comete e galassie, la nostra conoscenza altro non sa né prevede, e ogni qualvolta si ripropone l'eterno, irrisolto e a quanto pare irrisolvibile enigma dell'esistenza, ci si ritrova con un pugno di mosche e una gran confusione nella testa. "Chi siamo? Dove andiamo? Che saremo?": domande, solo domande senza risposta. Nella diaccia e impenetrabile immensità del cielo il nostro pensiero vagola inutile come uno sghiribizzo senza costrutto.
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So solo, tesoro mio, che il tuo tenero sguardo innamorato è come un allegro caminetto acceso: un crepitante focherello il cui tepore m'entra dentro, dentro fino all'anima, fino ad avvolgermi del tutto. E nel benessere che m'arreca, come nella rovente nervatura del ciocco, del legno che brucia, vibra l'essenza, il succo, il fior fiore della tua tenerezza. Del tuo magico modo d'essere donna.
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Gli scherzi della memoria fanno a volte travisare, comunque deformare la realtà. Così chi crede di ricordare in verità ricorda soltanto ciò che è compatibile con la sua mente e quindi percepibile in quel preciso momento. Eppure questa nostra impareggiabile giustizia impone il cosiddetto teste oculare quale prova tangibile, pur prescindendo dall'età e dal tempo trascorso. E a chi capita, capita!
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La rugiada c'illegiadriva il cuore. Avevamo scoperto il nostro primo mattino. Poi la sera, quando le prime ombre si stagliavano altere anche nei nostri cuori, ci rifugiavamo dolcemente, l'uno nelle braccia dell'altro, quasi che a cercare l'amore fosse l'unica conseguenza possibile. Vivevamo così, in sintonia, con lo spirito affine e con la gioia di sentirci diversi, rinnovati dal di dentro. E fu un'esperienza unica e irripetibile. Certamente, perché il sogno non si ripete mai.
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Come sei entrata nella mia vita s'è rinchiusa una porta nella mia stanza più segreta, e dentro, col passato, ho riposto tutte le mie ansie, le mie incertezze, quella cronica mia incapacità di accettare il presente, forse di amare sul serio. Ora non intendo, né potrei più comportarmi diversamente: ho gettate le chiavi.
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Se le risate decretano il successo del comico che sa sfruttare i contrasti, enfatizzando un atteggiamento austero e solenne, divengono una tragedia per quel cocciuto, quanto azzimato "trombone", pieno di sussiego, che con quelle sue noiosissime, quanto roboanti chiacchiere inutili, la lezione d'austerità e di solennità vorrebbe invece propinarcela. Ma ancor più tragico o, meglio, tragicomico è che persiste, imperterrito, per nulla scosso, come se scambiasse per gioia la derisione e addirittura per entusiasmo il sarcasmo di chi viceversa ormai comincia a non sopportarlo più. Certo, se costui avesse veramente voluto far ridere, non avrebbe potuto che far piangere. Senz'accorgersene, naturalmente.
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Quando ti vedo, sento in te una parte del mio spirito. Quando ti stringo,
sento in te anche il calore del mio corpo. Quando ti bacio, è
il battito del mio cuore che si dilata, che fa tutt'uno col tuo.
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C'è un che di patetico nell'alibi di quei pazienti, che giustificano la loro assiduità con i medici cosiddetti dalla ricetta facile, accusando strani malesseri e improbabili cedimenti, in verità la disponibilità di questi medici e la sovrabbondanza delle medicine - che poi restano di norma inutilizzate nell'armadio - rappresentano piuttosto una panacea al loro profondo, quanto disperato bisogno d'affetto, di sentirsi più coccolati, più importanti. Ma tale verità, se non inconfessabile, è altrettanto imbarazzante persino a loro stessi.
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E' timorato di Dio e ligio ai Grandi Principi, ma appena può, di soppiatto, fa fessa la povera gente, cui ha carpito la fiducia. Ma ha anche la coda di paglia, per cui, se le sue malefatte dovessero adombrare quel suo Dio, così equanime e onnipotente, cioè proprio occorrendo, dopo le suppliche d'uso e il pentimento, a viatico di riserva tiene sempre in serbo parte del mal tolto, da restituire. La prudenza non è mai troppa per chi s'ingegna a vivere tranquillo.
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L'imprevedibile piacere di svegliarsi alla luce del sole quando ci si aspetta la pioggia, è un po' come andare a letto imbronciati, arrabbiati con il mondo intero, e risvegliarsi distesi, riconciliati con gli altri e con se stessi. Il buon umore è come il sole: spazza via tutto, anche la bruma della routine.
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Sognare l'incanto al Nord d'una notte d'estate, il sorriso d'un bimbo, il dolce, insinuante sguardo d'una donna del Sud. Vivere la vita d'ogni giorno intensamente, come un'opera d'arte, ancora con l'entusiasmo, lo slancio e la serenità d'un fanciullo e infine sorridere anche a se stessi, anche se nessuno ci guarda, anche se la solitudine e la miseria ora ci umiliano e ci rendono tristi. Tanto ci sarà sempre un altro giorno. Per tutti.
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Per i Padri della Chiesa l'anima è puro spirito, non ha alcuna estensione, al che c'è però chi aggiunge che l'anima è comunque preesistente al corpo e che vi si congiunge o, meglio, che lo raggiunge quando nasce. Meno male, direi, perché altrimenti già nel pancione della puerpera dovrebbero convivere due e, nel caso dei gemelli, più anime. E se fossero incompatibili?
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L'idea dell'anima, oltre ad esserci connaturata, riesce a darci un senso, in ogni caso una giustificazione alla vita, ma se fosse solo una pia illusione, penso che non saremmo comunque mai in grado d'accorgercene. E per nostra fortuna, direi, perché, demitizzandola, rischieremmo di sentirci spiazzati, solitari, inutili: tristemente destinati a perderci del tutto ammalati d'impotenza. Tanto più che, alla fine, oltre l'estremo limite dell'esistenza, anche ogni cosa della vita potrebbe non avere più alcuna importanza, anzi potremmo già essere in parte o del tutto assenti o, peggio, spariti nel nulla, o magari proiettati verso ben altri interessi, ben altri destini, comunque divenuti ormai un'altra cosa e, per come siamo ora, inconoscibile. Ovvero tutto potrebbe schiarirsi ma anche già essere compromesso, e a quel punto chissà se ci sarebbe ancora qualche traccia di quella che noi ora chiamiamo anima o perlomeno qualche spirito bizzarro a testimoniare di questa nostra incantevole, quanto precarissima presenza?
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La cognizione del bello è preesistente in noi, ma cresce e si affina ogni qualvolta ammiriamo un quadro o un paesaggio finora sconosciuto, ogniqualvolta la commozione e quel senso d'appagamento che ne consegue, arricchendoci, ci dà la misura e l'orgoglio della nostra umanità.
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Con il sopravanzare dell'età me ne sto sempre più in disparte e in silenzio: parlo o ascolto solo quando m'interessa. Non cerco più di compiacere, comunque di farmi bello, colto e intelligente, ma basto e avanzo per quello che sono, almeno per quanto mi concerne. Che sia davvero un segno di saggezza questo o, più semplicemente, d'una, per quanto repressa, pur sempre latente pigrizia?
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Che ci dia bada o non, per la gran parte di noi Iddio è il Padre ideale e, nel nostro immaginario, rappresenta in concreto l'Archetipo cui potremmo e ci dovremmo ispirare. E se la Sua perfezione fa in un certo senso da contraltare all'alibi della nostra mediocrità, pregna di furbizie e di trasgressioni di poco conto ma anche delle peggiori nefandezze, tanto paterno è l'amore e la pietà che emana, da indurci a ritenere sufficiente una preghiera o un lieve pentimento perché ogni peccato ci venga rimesso Illusi! Basta ritornare con i piedi per terra per rendersi conto che la tanto vagheggiata volontà divina s'identifica unicamente con noi, che siamo solo noi a indulgere sulle nostre colpe, e ancora e sempre noi a placare così l'assillante lato censorio della nostra coscienza. E il che, se da un lato ci può far comodo, d'altra parte ci fa anche temere che, pur inconsapevolmente, pur per una profonda, quanto impellente necessità di rapportarci a qualcosa che trascenda ciò che siamo e significhiamo, Lui purtroppo sia stato creato unicamente da noi. Ovvero che, più di Padre, sia solo il figlio di questa nostra irrequieta, quanto mirabolante fantasia. Anche se il suo miglior figlio possibile.
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Alla ricerca d'una inafferrabile, quanto sempre più ipotetica felicità, c'è chi spera in una lotteria, chi in un'imprevista eredità, chi in un'occasione fortunata, chi in un istituto di bellezza comunque in qualcosa che lo evolva dall'ambiente in cui vive, che gli cambi, cioè, la vita. L'innocuo sogno nel cassetto del resto non manca a nessuno, così le smanie, gli assilli, i miti del successo: le tante vanità che ci portiamo dietro. Eppure, quando lo stimolo della speranza si coniuga con l'emozione dell'attesa, lo slancio vitale che ne consegue potrebbe già prefigurare il segno d'una qualche felicità possibile. Magari poco riconoscibile e non certo pari alle nostre attese, ma forse anche l'unica possibile.
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Correre dietro ai perditempo, agli slogans, ai falsi profeti, e urlare come matti senza chiedersi il perché. Aver la facciatosta, o la dabbenaggine di ritener musica quel tam tam fracassone degli aggeggi elettronici, agitarsi come dei forsennati e farsi rompere i timpani fino all'intontimento. Fino a perdere ogni capacità di pensare autonomamente, fino all'aberrazione della droga per uscire dalla propria coscienza, rincitrullirsi del tutto e illudersi d'una liberatoria esaltazione dell'istinto. Se tutto ciò è essere giovani, è una vera fortuna non esserlo più.
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Al di là d'ogni mio pensiero, d'ogni straripante infinito, là, giù, laddove non percepisco più, c'è un bianco puntino di sfera elicoidale: la mia anima. E gira, e rigira, finché il dardeggiante sole, o altre diversità, dal cielo che non distinguo più, riflesso nella pozza del mio cuore, quel poco, quel troppo d'umano ritrovo. Ora la notte, la luna, l'ululato d'un lupo solitario è come la deriva d'un sogno la vita?
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La sua vita scorre serena e innocente. Eteree immagini ed elevati pensieri gli si accavallano nella mente, e, nel tempo, quella sua strana speranza d'un suo mondo trasognato e fantastico gli diviene sempre più concreta. S'illude, certo, ma per quanto il naturale decorso della vita non lo favorisca, l'innocenza e la fantasia che lo animano comunque lo preservano dalle tante delusioni. A suo modo è felice.
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Era certa di amarli entrambi, al punto che pur stando con l'uno pensava all'altro e viceversa, ma candidamente, senz'alcun senso di colpa: tanto lei quelle cose le faceva solo per amore. Perciò quando poi s'aggiunse un altro, e un altro ancora due, tre, poi quattro e più volti che ora le s'intersecavano nella mente, non se ne preoccupò, non si sentì minimamente in colpa: tanto li amava tutti. Ah, l'amore!
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Il riflesso del tempo s'è ormai assiso nella retina dei miei occhi, nella pelle, nella percezione del cervello, ma non addentro a me, nel profondo del mio cuore. Ho gli anni che ho, non l'età, così le esperienze della mia vita, sia sofferte che godute, sono un segno del ricordo, non del mio vivere d'ogni giorno. E quel volto un po' emaciato, e quelle rughe che lo segnano crudamente, altro non sono che un me nascosto, la scenografia più o meno riuscita d'una vita già lungamente vissuta. Ma forse non propriamente la mia.
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La nostra società si regge in genere sulla convenienza, comunque sull'utilità, che poi la si definisca "buon vivere civile", quello è il senso. Cioè prescindendo dal credente, comunque da chi si affida al sentimento della fede, la gran parte della gente ha ben compreso che qualsivoglia tentativo di affrontare i grandi problemi escatologici dell'esistenza è destinato più o meno al fallimento, dunque meglio glissarli, non filarci su e - carpe diem - prendere la vita così come capita. Che tanto, salvo gli scemi o quegl'illusi-che-sanno-tutto, non le più cervellotiche teorie ma l'esperienza ci fa dire che l'unica comprovata certezza è proprio l'incertezza o, se si vuole, l'indefinibilità. E che, se non esaltante, ciò avrà pure una sua intima logica, un suo per ora alquanto inesplicabile perché O no???
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Per chi ce la sa raccontare, anche un incorreggibile attaccabrighe può diventare un eroe, così gli Oberdan , i "Che", o tutta quella sfilza di facinorosi, esaltati dalle più distorte, quanto utopistiche ideologie salvifiche, che un'improvvisa, quanto folle sindrome d'onnipotenza rende disposti a tutto pur di raggiungere quei loro cervellotici scopi. Ma l'odio, i lutti e le miserie, che immancabilmente provocano, se colpiscono chi non ha mai creduto a quelle loro esagitate prediche di libertà e progresso, colpiscono anche quegli sprovveduti che hanno avuto la dabbenaggine di ergerli a paladini. Eppure chi tende a infatuarsi d'una ideologia tende anche a scordarsi d'ogni sopraffazione e violenza (specie se accaduta ad altri), cosicché, con l'andare del tempo, alcuni di costoro entrano persino nella leggenda, nel mito del bell'eroe romantico che si sacrifica per l'Idea, e il mito, quand'è integrato nella tradizione popolare, è ben duro a morire. Specie quello dei santi e degli eroi.
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Un uomo politico che ha il coraggio di scegliere, comunque di rischiare, non è certamente raccomandabile per quell'elettorato che, nel principio gattopardesco del "che tutto cambi perché nulla cambi", s'è costruito i propri privilegi. Per quest'elettorato, che ha magari anche il vezzo di dichiararsi progressista, non v'è alcuna remora se, pur di esser eletto, il candidato di riferimento prometta proprio quelle riforme e quell'efficienza apparentemente così antitetici a quella sua parte e relativi interessi di bottega. Ma di colpe altrui o "di problemi a monte" tanto poi ne troverà o se ne inventerà a bizzeffe, per cui avrà tutto il tempo per giustificare la pochezza del suo operato. Se non altro per salvare la faccia a chi l'ha sostenuto.
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Che certi sogni non siano già la prova generale d'una compassionevole
agonia?
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Le streghe e gli stregoni ce li cerchiamo, ce li inventiamo, ce li costruiamo, fanno parte della nostra cultura, del nostro DNA. Non possiamo farne senza. Così i roghi, i dagli all'untore, e tutta una sequela di non so, di colpe a monte e di se c'ero dormivo. Popolo di lavativi, di lustrascarpe, di leccaculi e di calunniatori, fatto apposta per meritarsi quei politici, quei magistrati e quegli accidenti che ha.
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Mi sono sognato di un luogo ove la gente si faceva i suoi affari dandosi la mano e una pacca sulla spalla, e tutti apparivano sereni, senza problemi, felici di esserci e di aiutarsi; di un luogo in cui il bene dell'uno era la gioia dell'altro, di tanti sorrisi e sguardi sinceri. Mi sono sognato di un luogo in cui tutte le porte erano aperte, anzi non ce n'erano, né esistevano barriere o serrature, così non esistevano soldati e nemmeno la polizia (comunque non appariva nel sogno), c'erano sì degli anziani con delle palette, ma sembravano felici di dirigere un traffico che non c'era, così non c'era la burocrazia e nemmeno tutti quei rompiscatole che ci rendono la vita così difficile. Mi pare che non ci fossero nemmeno le case e nemmeno le strade: prati e mare, mare e cielo all'infinito. Peccato che non c'ero neppure io.
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Settantadue, e gli anni si ammassano, si accavallano l'uno su l'altro. Così le memorie, le sensazioni del presente e del passato: luci e ombre, che ora, dall'alto di ciò che chiamerei esperienza, mi fanno sorridere bonariamente. Al di là delle antiche, quanto abbacinanti illusioni, sono finalmente consapevole di ciò che sono: non poco, non molto sufficiente. Che sia questa la cosiddetta senilità?
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Altroché la storiella d'un impegno altamente morale e di buonsenso
esplicato nell'interesse esclusivo della collettività, ormai
il fine vero della politica per lo più si riduce ad una lotta
senza quartiere per la propria poltrona o, al caso, per la propria parte
politica. Così il veleno di cui è intrisa questa nostra
infida, quanto mediocre classe politica s'insinua ovunque, nei media,
nei circoli che contano, nei sindacati, persino nei gangli più
riposti della magistratura. Un andazzo che ammorba, fino a rendere inerte
e del tutto acritica un'opinione pubblica che, se ha rappresentato la
vera forza pulsante della democrazia, ora sembra non s'accorga più
di nulla, non reagisca a nulla, nemmeno quand'è palese che ogni
giudizio viene più o meno subdolamente travisato, ogni proposta
inficiata da un'altra contraria, ogni azione finalizzata solo a distruggere
qualcuno o qualcosa, e nemmeno quando anche un semplice avviso di garanzia
divenga un grave indice di colpevolezza per l'avversario politico. Ovvero
nemmeno quando persino la Giustizia venga strumentalizzata dall'arroganza
e dalla pericolosità d'un potere ben al di sopra dei meriti di
certi squallidi personaggi, che nel loro livore verso chi non la pensa
allo stesso modo perdono il senso della misura, tanto che da giudici
quali sono, oltre a intangibili, magari si pretendono giustizieri. Sicché
pure la Giustizia diviene una farsa, tragica per chi ne è succube,
ma una farsa, anche se poi ne genera altre, fino a divenire abitudine,
comportamento, pensiero, in una sarabanda incontrollabile in cui non
esistono più dei punti fissi cui affidarsi. Ognuno va per suo
conto, e la decadenza dei costumi fa il paio con la decadenza dei principi.
La democrazia è umiliata, abbacchiato chi ancora ci crede. Restano
a consolazione i bum bum ossessivi dei rocchettari e l'urlo della folla
per i goals.
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- pensieri sparsi |
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| le
opere pubblicate di mario marion |
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| POESIE
- ed. El Sol |
LA
GRUCCIA SUI TEMPI ed. Rebellato |
POESIE Centro Int. della Grafica - VE |
SPAZI
E TEMPI ed. Biblioteca Cominiana |
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