pensando e ripensando...

pensieri sparsi e inediti dell'amico mario marion - un uomo discretamente libero e di discreti costumi

Qua e là m'annotavo da tempo degli spunti per un romanzo, ma - raccolti e sviluppati nel computer - s'erano via via talmente dilatati, da costituire un impegno a sé stante. Ogni tematica ne ispirava delle altre, così iniziò un avvincente colloquio col computer o, meglio, con me stesso.

3 - pensieri sparsi

3 - pensieri sparsi e inediti di mario marion


Su quel vecchio album c'erano tutte le mie foto del passato. Dico passato perché quel ragazzo ricciottello e con gli occhi sgranati sull'obiettivo oggi m'è quasi sconosciuto. Come se non fossi io.


I mobili, gli oggetti, i giocattoli della mia infanzia, le adorabili cineserie… tutto quel vecchiume che sa di muffa e non serve a niente… Anche se non saprei come farne a meno.

 

… come se fossimo stati plasmati dal genio di un immortale scultore e non soltanto dal fervido, ma arciterreno amore dei nostri genitori. Come se, a ricercarti con gli occhi, non rivedessi più te, come sei, ma la sfumata personcina da sempre riflessa nel buco nero del mio ancor più profondo desiderio.


Non c'è di peggio che attendere la persona amata che si faccia viva. Ma quando il cenno finalmente arriva, d'acchito ci si calma, ci si placa, ci si sente più distesi. Magari si finisce con l'amare un po' di meno. E' l'ansia e il disagio che accrescono l'amore, così l'attesa.

Quando la forza evocativa di un antico sentimento è così impellente da sublimare il ricordo della persona amata, quella sua particolare percezione in qualche modo può compensarne anche la mancanza. Ed è allora che comunque la vita e la morte ben poco possono rappresentare, come ormai ben poca importanza possono avere le reali vicissitudini del rapporto e la stessa esistenza della persona amata.
Difatti insito in quel ricordo c'è il segno dell'immortalità, dell'immutabilità, di tutto ciò che di norma dovrebbe esulare dalla nostra sfera di comuni mortali, ma che alla fin fine pur sempre ci eleva. In fondo le favole provengono dalla fantasia, comunque da un'interpretazione magica della vita, e senza un pizzico di magia credo proprio sia assai arduo vivere.


Questo stesso momento è già riportato nel tableau della mia memoria, e se ora mi sembra
del tutto banale, poi chissà?

 

Una foto ingiallita, un qualche episodio della nostra vita… e la trama è già quasi definita.
Sarebbe davvero un peccato ricadere d'abbasso, oltre l'apparenza.

 

Che inutile faticaccia l'atteggiarsi o comunque l'agire a sproposito per apparire diversi!
Tanto la verità, per quanto spiacevole, prima o poi immancabilmente esce. Così il carattere.

 

Se fossi un gestore di palestre truccherei le bilance per far la gente contenta.
Se fossi un fabbricante di specchi li farei in modo che tutti si vedano belli.
Se fossi uno psicologo direi alla gente solo le cose che vuol sentirsi dire.
Tanto illudersi non ha mai fatto male a nessuno.

 

Se non sono simile a Dio o Lui non m'è accanto, allora perché me lo fa pensare? Per quel libero arbitrio che abbiamo studiato a scuola, ed ora così caro alla coscienza o, più semplicemente, per confondermi le idee? Ma poi sono proprio io davvero degno di pensarlo?
E' la mia un'incorreggibile presunzione oppure è Lui che ispira i miei dubbi, e ciò magari per una sua ragione recondita o anche perché altrimenti forse non avrebbe alcuna ragione di esistere? E ancora: Dio c'è o sono io unicamente a pretendere che ci sia? Lo penso, dunque in fondo lo creo, o è invece Lui che s'insinua in me e m'obbliga ad agire così? E ancora: perché l'idea o, se si vuole, l'esigenza di Lui incombe tanto profondamente in noi, e forse nasce addirittura con noi?
Ovvero ce l'ha messa dentro Lui, per una sua qualche imperscrutabile finalità, o va ridimensionata a mero istinto naturale, per quanto caratteristico della nostra specie? Appunto, che non si resti con un pugno di mosche e che infine ci s'accorga che, malgrado tutte le nostre più o meno sofferte elucubrazioni, Dio siamo solo e invariabilmente noi.
A dir il vero, alle volte ne abbiamo quel certo cipiglio. Peccato però! In fondo sarebbe a dir poco triste sentirsi quaggiù da soli e predestinati al nulla, senza nulla e nessuno attorno a noi, senza stimoli, ma soprattutto senza più alcun vero motivo per lasciarsi andare, per cullarsi - e finalmente senz'ambasce di sorta - nell'abbraccio di quell'incantesimo che noi chiamiamo eternità.

 

Se certamente non rimarrà nulla del nostro corpo, tutto mi fa supporre che a quel punto, scissa dalla sua naturale e in fondo congeniale fisicità, anche alla nostra coscienza verrà riservato lo stesso destino. Prescindendo quindi dall'anima (che poi magari non ci riguarda), illudiamoci che almeno qualcuno di noi potrà allora essere in grado di sprigionare quell'energia vitale che, per quanto latente, di solito nemmeno sappiamo di possedere.
Energia le cui pulsioni, sebbene ormai impersonali, inidentificabili, potrebbero autonomamente proiettarlo - e in un certo senso proiettarci - ben oltre l'universo sensibile.
Solo qualcuno di noi, certo, ma qualcuno già in linea con i fenomeni dell'evoluzione selettiva insita nei processi naturali, quindi i migliori, i più degni: chi ha vissuto una vita intensa, emotiva, che ha usato e perciò sviluppato nel tempo un'energia ben più incisiva ad esempio dell'ignavo, dell'incerto, di chi null'altro ha saputo dare all'umanità e a se stesso che la foto sbiadita del suo fallimento.
Ma, sia come sia, penso che il destino vada comunque accettato, e che la nostra forza risieda appunto nel coraggio di accettarlo con la massima serenità possibile. Tanto chi ignora, oppure non c'è più, ha se non altro un pregio: quello di non soffrire.

 

Con tutte queste piogge acide, un bel giorno ci potremmo ritrovare a dover uscire in tute repellenti. Ma ve l'immaginate i fiumi e quelli che vi abitano attorno? Basterà un lieve straripamento che ci vorranno anche i trampoli.

 

Chi ne ha tanti di soldi si lamenta di averne pochi e chi ne ha pochi fa finta
di averne tanti.
Ma di solito il bluff non paga… al povero.

Non che i nostri figli si diano un gran da fare: sono stati troppo ben abituati per sacrificarsi come noi.
Di questo passo, quando verrà il loro turno, non ne avranno più l'età.
Cosicché ogni problema verrà demandato ai nostri futuri nipoti.
Ma, visti i genitori, saranno poi in grado di reagire?

 

Sebbene il vocabolario ne riporti all'incirca centomila, non mi pare siano più di diecimila i vocaboli in uso. E pochi quelli veramente indispensabili, anzi pochissimi: cinque o sei: cuore, amore, fame, sete, gioia, dolore… Gli altri sono lì per complicarci la vita, comunque per metterci in imbarazzo.

Modificando e teorizzando dal suo punto di vista i fatti della Storia, forse quel professore s'illude di poter orientare o, peggio, plagiare i suoi malaugurati studenti, quasi volesse incidere in quella delicata pagina della loro vita. E non s'accorge che quel tipo di storia diviene invece per costoro una divertente storiella e lui semplicemente uno che è lì per raccontarla, come al cabaret.

 

Se non ha l'anima d'un poeta, lo scrittore darà sì l'impressione d'un prosatore molto attento e raffinato, ma di archeologia o cose del genere: rigido, severo, professionale… e niente più.

Quando ci si limita a parlare in dialetto o nel solito gergo, se nel tempo l'espressione si riduce all'essenziale, tanto da non richiedere alcuna particolare elaborazione, d'altra parte è purtroppo anche il nostro cervello che tende a non affannarsi e quindi a lasciarsi andare.
Quando invece a impegnarci è un nuovo o inconsueto linguaggio, quando in quel linguaggio ci si sforza di pensare ed esprimere dei concetti: quello è certamente il momento in cui ogni causa ed ogni effetto si sono in noi trasformati, tanto da coinvolgerci. Ovvero da farci finalmente usare una certa, per quanto esigua parte della potenzialità del nostro cervello, ridestandolo un po' da quel suo ormai cronico torpore.

 

I proclami contro la lussuria sono una tipica fissazione degli impotenti o di chi pretenderebbe che tutti fossero null'altro che degli impotenti. Come se l'impotenza, nella sua accezione universale, fosse l'unica vera chance per addivenire al mitico paradiso perduto… quello dei castrati, s'intende.

 

Chi troppo strilla assomiglia a un gallo, ma spennacchiato.

 

Tra me e me l'invalicabile senso dell'io,
muro di quarzo, a tormentarmi.

Parlavamo del tempo, del mangiare e del carattere della gente, e intanto intuivo d'aver perso irrimediabilmente quell'attimo sfuggente in cui ci si era sentiti l'uno dell'altra, ma imprevedibilmente, senza artifizi.

 

Mentre ti spogliavi, me ne andavo con lo sguardo ben oltre il limite del letto:
rivolevo cogliere quel miracolo all'improvviso,
cioè di te nuda e pudica.

 

Quando faccio all'amore con te, anche se fisso i tuoi occhi socchiusi, le tue labbra invitanti, le tracce vermiglie del rossetto sbavato dai miei baci sul pallore delle guance… intravedo quell'altra. E più lei in me si delinea, più riesce a definirsi, più sfogo su di te quella rabbia, quel sussulto carnale, quella vertigine… che l'altra mi ha fatto appena intuire.

 

Tutte le notti, con gli occhi protesi nel buio, a ricrearti, a renderti plausibile.
Ed ora che ti ho qui tra le mie braccia,
che ti ho qui per quella che sei, mi accorgo che ti amavo del solo desiderio.
E ciò è ben poco, direi.

Le mie mani che s'insinuavano nel tuo corpo,
fin dentro, quasi volessero strappare quella tua palpitante carne di donna,
e tu, al dolore, fremevi di gioia.
- "Di più, di più…" - "Troia!".
E precipitavamo così, confusi e felici,
oltre, ben oltre la voragine.

 

Quando sto qui ad attenderti, il tempo rinuncia a esistere. L'emozione lo dilata o lo restringe, lo mette in assonanza con me. Eppure quando verrai tutto ritornerà nella norma. Saprò esattamente quando te ne andrai e che ora è. E me lo ripeterai incessantemente, e - accidenti! - anche in quel tal momento… L'orologio è per te un fine, non un mezzo.

 

Ti sei tolta le mutandine sotto il tavolo. Attorno la gente che non s'accorgeva di nulla. Mangiava e beveva. Stemmo lì, in silenzio, a divorarci con gli occhi. Oh, quei tuoi occhi lascivi e penetranti che ora spogliavano me!

La pioggia che lentamente discende oltre la vetrata sta bagnando un mondo che più non ci appartiene. Qui io e te ci autoproclamiamo Cittadini d'Amore. Qui non piove. E se dovesse piovere, sarebbero lacrime… no, stille di rugiada.

 

Dei capelli mollemente abbandonati sul di dietro, ove la pallida schiena è ben costruita sui morbidi fianchi di donna ancora giovane. Le natiche… quelle lunghe, lunghissime gambe tornite, quel tuo incedere elegante, regale direi. Sì, ti spiavo. Ti spiavo per carpire il segreto del tuo essere così femmina. Per portartelo via, per racchiuderlo in me.
Mi sono ormai assuefatto a questo vivere di memorie. E' l'unico che non tradisce. E cos'è poi la vita se non un lungo corollario di occasioni perdute, di memorie cioè?

 

Mi attendevi… dischiusa, disponibile… immensa giumenta in calore. E celebravamo il rito all'unisono, vibrando, ansimando, urlando come impazziti.
Poi il distacco. Poi l'abbandono.
Ed ora divaghiamo, così, vicini ma lontani, entrambi, ognuno nel suo steccato.
Cavalli ormai azzoppati. Pronti al macello.


Hai scordato il reggiseno.
L'ho qui davanti.
Eppure è come se te lo stessi or ora indossando.
Ma in una grande vetrina del centro.

Che m'è rimasto di te, se non la scia
di quel profumo, che potrebbe anche essere il mio.

La tua natura è racchiusa in uno scrigno meraviglioso che ben la nasconde. Almeno a me.

 

...e me l'aspettavo da te!". - "E io da te!". Ed è così, da sempre, con quelle accidenti di ciance inutili. Forse perché non abbiamo più niente da dirci.

Non riesco che ad intravedere l'inquietudine dei tuoi occhi. Forse perché esprimono quelle eccitanti promesse, che tanto mi fanno sognare. Anche se rimangono promesse.

 

Il tempo ha ormai corroso i ponti della primavera, ed ora non potremo più ripercorrere i magici sentieri dell'avventura, neanche di sghembo o a tentoni. Giunta è l'ora delle considerazioni, dei rimpianti, "dell' "in potenza" che mai s'è poi messo in atto. Perché - ci si dice - perché non me ne sono accorto prima, perché così distratto?
Di là del ponte, qualcuno sorride bonario… E' solo il riflesso della nostra coscienza o già un indulgente spettro del passato?

 

Se questo meraviglioso momento si potesse ibernare e mettere in serbo da qualche parte per poi riviverlo all'infinito, molto probabilmente ne perderemmo il senso. Le cose troppo facili e comuni perdono quella fragranza e quella carica d'eccitazione, che arreca solo il desiderio o l'impressione della caducità. Eppure se me ne sto qui a contemplarti in tutto il tuo splendore, e per trattenere in me almeno il fremito di quei tuoi occhi, che ho visto piangere un momento, d'una commozione imprevedibile, per cui ancora più preziosa, e che non si ripeterà.

 

Non posso vivere né con te né senza di te. Dal momento che t'ho conosciuta, l'edera del tuo amore m'ha tolto ogni possibilità di fuga, o perlomeno di reazione, e m'ha fatto così smarrire anche il senso della misura.
E m'ha avvinto a te, piuttosto che tu a me.

 

Scoprire quell'attimo sfuggente in
cui saresti disposta a cedere
e a toglierti quelle difese che ti rendono
così inaccessibile.
Ma sarà poi possibile?

La scala, galeotta, a svelarmi quelle nudità, che tu, da lassù, fai cenno di nascondere. Voyeur… lo so che non è nobile, ma come faccio a non vederle se sono state fatte apposta per essere viste?

Si dissero t'amo e furono felici. Poi, col tempo, la noia e la ricerca d'altre sensazioni. Poi l'abbandono. Ed ora di nuovo qui, che si tengono per mano e si guardano negli occhi. Commossi. Oh, l'amore…

 

Prima
Com'è bello tenersi per mano!… vero, amore?
- Sì, bello.
- E un po' come essere più vivi… Ma amarsi è un'illusione
- Oh, sì, certamente.
- Ma che dici!… Amarsi non è un'illusione: è sognare, è correre nel vento, è cantare insieme una meravigliosa canzone…
- Una canzone, dici?
- Ma non capisci? Non ti senti addosso quel brivido, quella passione… e sempre di più… di più… di più?…
- Come? Come "Brivido blu"?
- Certo, come un brivido blu, ma ancora di più, e sempre di più, di più, di più-ù-ù!… Qua, su qua, vieni qua… Oh, l'amore!…

e dopo
- Che ore sono?
- Le tre!!!
- Perché 'sto tono?
- Mah…
- Che, sei già stanco di me?
- E chi te l'ha detto?
- Lo si intuisce.
- Mah…
- Oh, eri ben più carino poco fa.
- Bah…
- Non ha proprio altro da aggiungere?
- Mah…
- Mah?… ma spiegati. Che intendi dire?
- Mah…
- Ma, ma vuoi proprio farmi soffrire?
- Bah…

 

Becco e contento

- E che potrebbe lei, signore, indicarmi un sito laddove si possa recuperare almeno un po' di sollazzo?
- Un casino, dice?
- Oddio, se di loco osceno si tratta, forse dovrei dir di no.
- Macché osceno e non osceno, e un casino e basta!
- Oh, non vorrei ch'ella mi prendesse per un pravo gaudente, od altro del genere, ma mi par io debba comunque ringraziarla… Un ca… un ca… sino, diceva?
- Ma guarda questo, quante chiacchiere per una chiavata!
- E sia, e se di ciò si tratta, meglio si faccia ove nessuno veda.
E s'aggiustò la cravatta, tirò giù le falde del cappello e se ne andò il professore,solenne e cogitabondo come sempre - "a compitare col suo io - perverso le folli sciarade della passione", si disse. - Chiedo venia, o gentil signora, chiedo venia… ma… la prego… che dimorano qui, in codesto bel casino, le signore puttane?
- E io che sono!?
- E' lei proprio?… una vera signora puttana?
- Ebbé!…
- Pardon… professor Oddo de Scalcagnini… pronto, al suo servizio.
Ed è così che se ne innamorò a prima vista.
Bionda platino, bella di speranze e ardente, divenne sua moglie e, per quanto dopo un po' gliene fece di tutti i colori, lui proprio non se la prese, anzi ne fu ben lieto. In fondo l'aveva desiderata proprio così com'era, ovvero che restasse quell'impareggiabile puttana del suo primo e unico amore. E, giust'appunto, in ciò lei mai lo tradì, anzi…

 

Quei momenti di rilassamento,
di vuoto interiore, per cui ti riguardi,
ti rivolti in te stesso,
e non sai né chi sei né che vuoi.

 

Non siamo liberi né di vivere né di morire.
Ovunque i rompiballe,
e quelle maledette carte bollate,
poi…


L'uomo è fatto di gioie e dolori, d'altruismo e meschinità, d'amore
e odio… - Che noia sennò!

Le dottrine politiche si configurano in un uomo che nella realtà normalmente non esiste. Perciò attecchiscono sugli illusi.

 

Chi si reputa bello non fa fatica
a reputarsi anche intelligente.
Contento lui…

 

Il vero saggio conforma le idee all'esperienza, ma affascina di più chi oppone sogni e incoscienza, sebbene sia foriero di disgrazie.

Dannato quel malvagio, anche se ha la spudoratezza ma - perché no - anche il coraggio di dirlo e di accettarne le conseguenze. Comunque la malvagità al solito si coniuga invece con la viltà, e la viltà con l'opportunismo, anche se lo si gabella per buonsenso.

 

Chissà se vedremmo allo stesso modo, ad esempio con gli occhi di un elefante. Probabilmente ogni cosa ed ogni effetto verrebbero ridimensionati a poco più di niente, e noi stessi a poco più di un topo. Meglio accontentarsi subito, dunque, degli occhi di topo.

 

Quando tutto filava liscio, e la gente di buona volontà lavorava sodo, guadagnava e comunque era serena, venne il burocrate. E, trovandosi costui su un terreno favorevole, non mancò di moltiplicarsi, finché divenne un esercito. Un esercito di burocrati. E così, dapprima uno, poi due, poi tre… se la presero proprio con coloro che sembravano impegnarsi di più, e tanto li tormentarono, e tanto brigarono, tanto li resero infelici che via via se li fecero scappare.
Rimase solo chi non aveva niente da perdere, comunque i professionisti del farsi mantenere e al più di attendersi la fatidica manna dal cielo. Reso perciò inutile ogni controllo, ormai quelle torme di burocrati scorazzavano ovunque, piazzavano cartelli di normative dappertutto e sembravano non curarsi per niente dall'aver inaridito ogni fonte di guadagno. Chissà, forse pure loro… la manna…

 

Chi si sente predestinato al comando non s'accorge nemmeno che in verità comanda solo a se stesso.
E qui pure ci sarebbe da dire.

Ci pretenderemmo immortali, proiettati nell'infinito, ma evitiamo di parlarne, quantomeno di pensarci su.
Al più ce lo accenniamo timidamente, nel buio… per non deluderci in anticipo.

 

Finché si è talmente miopi da non voler vedere nemmeno al di là del proprio naso, finché ci si riduce a guardarsi da sé, come in uno specchio, anche se deformante, non saremmo mai in grado di compenetrare alcunché della realtà che ci circonda. Ed è l'ombra di questa nostra onnipresente, quanto ingombrante fisicità che s'interpone e, a quanto pare, innanzitutto a noi.

 

Nel bene o nel male, l'intelligenza lascerà sempre una traccia positiva, la forza bruta mai, tanto più se degenera in violenza.


3 - pensieri sparsi

Opere pubblicate di Mario Marion
POESIE - ed. El Sol
LA GRUCCIA SUI TEMPI
ed. Rebellato
POESIE
Centro Int. della Grafica - VE
SPAZI E TEMPI
ed. Biblioteca Cominiana

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