pensieri sparsi e inediti dell'amico mario marion - un uomo discretamente libero e di discreti costumi |
| Qua e là m'annotavo da tempo degli spunti per un romanzo, ma - raccolti e sviluppati nel computer - s'erano via via talmente dilatati, da costituire un impegno a sé stante. Ogni tematica ne ispirava delle altre, così iniziò un avvincente colloquio col computer o, meglio, con me stesso. |
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- pensieri sparsi |
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Quando la forza evocativa di un antico sentimento è così impellente da sublimare il ricordo della persona amata, quella sua particolare percezione in qualche modo può compensarne anche la mancanza. Ed è allora che comunque la vita e la morte ben poco possono rappresentare, come ormai ben poca importanza possono avere le reali vicissitudini del rapporto e la stessa esistenza della persona amata. Difatti insito in quel ricordo c'è il segno dell'immortalità, dell'immutabilità, di tutto ciò che di norma dovrebbe esulare dalla nostra sfera di comuni mortali, ma che alla fin fine pur sempre ci eleva. In fondo le favole provengono dalla fantasia, comunque da un'interpretazione magica della vita, e senza un pizzico di magia credo proprio sia assai arduo vivere.
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Se non sono simile a Dio o Lui non m'è accanto, allora perché me lo fa pensare? Per quel libero arbitrio che abbiamo studiato a scuola, ed ora così caro alla coscienza o, più semplicemente, per confondermi le idee? Ma poi sono proprio io davvero degno di pensarlo? E' la mia un'incorreggibile presunzione oppure è Lui che ispira i miei dubbi, e ciò magari per una sua ragione recondita o anche perché altrimenti forse non avrebbe alcuna ragione di esistere? E ancora: Dio c'è o sono io unicamente a pretendere che ci sia? Lo penso, dunque in fondo lo creo, o è invece Lui che s'insinua in me e m'obbliga ad agire così? E ancora: perché l'idea o, se si vuole, l'esigenza di Lui incombe tanto profondamente in noi, e forse nasce addirittura con noi? Ovvero ce l'ha messa dentro Lui, per una sua qualche imperscrutabile finalità, o va ridimensionata a mero istinto naturale, per quanto caratteristico della nostra specie? Appunto, che non si resti con un pugno di mosche e che infine ci s'accorga che, malgrado tutte le nostre più o meno sofferte elucubrazioni, Dio siamo solo e invariabilmente noi. A dir il vero, alle volte ne abbiamo quel certo cipiglio. Peccato però! In fondo sarebbe a dir poco triste sentirsi quaggiù da soli e predestinati al nulla, senza nulla e nessuno attorno a noi, senza stimoli, ma soprattutto senza più alcun vero motivo per lasciarsi andare, per cullarsi - e finalmente senz'ambasce di sorta - nell'abbraccio di quell'incantesimo che noi chiamiamo eternità.
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Se certamente non rimarrà nulla del nostro corpo, tutto mi fa supporre che a quel punto, scissa dalla sua naturale e in fondo congeniale fisicità, anche alla nostra coscienza verrà riservato lo stesso destino. Prescindendo quindi dall'anima (che poi magari non ci riguarda), illudiamoci che almeno qualcuno di noi potrà allora essere in grado di sprigionare quell'energia vitale che, per quanto latente, di solito nemmeno sappiamo di possedere. Energia le cui pulsioni, sebbene ormai impersonali, inidentificabili, potrebbero autonomamente proiettarlo - e in un certo senso proiettarci - ben oltre l'universo sensibile. Solo qualcuno di noi, certo, ma qualcuno già in linea con i fenomeni dell'evoluzione selettiva insita nei processi naturali, quindi i migliori, i più degni: chi ha vissuto una vita intensa, emotiva, che ha usato e perciò sviluppato nel tempo un'energia ben più incisiva ad esempio dell'ignavo, dell'incerto, di chi null'altro ha saputo dare all'umanità e a se stesso che la foto sbiadita del suo fallimento. Ma, sia come sia, penso che il destino vada comunque accettato, e che la nostra forza risieda appunto nel coraggio di accettarlo con la massima serenità possibile. Tanto chi ignora, oppure non c'è più, ha se non altro un pregio: quello di non soffrire.
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Quando ci si limita a parlare in dialetto o nel solito gergo, se nel tempo l'espressione si riduce all'essenziale, tanto da non richiedere alcuna particolare elaborazione, d'altra parte è purtroppo anche il nostro cervello che tende a non affannarsi e quindi a lasciarsi andare. Quando invece a impegnarci è un nuovo o inconsueto linguaggio, quando in quel linguaggio ci si sforza di pensare ed esprimere dei concetti: quello è certamente il momento in cui ogni causa ed ogni effetto si sono in noi trasformati, tanto da coinvolgerci. Ovvero da farci finalmente usare una certa, per quanto esigua parte della potenzialità del nostro cervello, ridestandolo un po' da quel suo ormai cronico torpore.
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I proclami contro la lussuria sono una tipica fissazione degli impotenti o di chi pretenderebbe che tutti fossero null'altro che degli impotenti. Come se l'impotenza, nella sua accezione universale, fosse l'unica vera chance per addivenire al mitico paradiso perduto quello dei castrati, s'intende.
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Quando faccio all'amore con te, anche se fisso i tuoi occhi socchiusi, le tue labbra invitanti, le tracce vermiglie del rossetto sbavato dai miei baci sul pallore delle guance intravedo quell'altra. E più lei in me si delinea, più riesce a definirsi, più sfogo su di te quella rabbia, quel sussulto carnale, quella vertigine che l'altra mi ha fatto appena intuire.
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Quando sto qui ad attenderti, il tempo rinuncia a esistere. L'emozione lo dilata o lo restringe, lo mette in assonanza con me. Eppure quando verrai tutto ritornerà nella norma. Saprò esattamente quando te ne andrai e che ora è. E me lo ripeterai incessantemente, e - accidenti! - anche in quel tal momento L'orologio è per te un fine, non un mezzo.
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Dei capelli mollemente abbandonati sul di dietro, ove la pallida schiena è ben costruita sui morbidi fianchi di donna ancora giovane. Le natiche quelle lunghe, lunghissime gambe tornite, quel tuo incedere elegante, regale direi. Sì, ti spiavo. Ti spiavo per carpire il segreto del tuo essere così femmina. Per portartelo via, per racchiuderlo in me. Mi sono ormai assuefatto a questo vivere di memorie. E' l'unico che non tradisce. E cos'è poi la vita se non un lungo corollario di occasioni perdute, di memorie cioè?
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Il
tempo ha ormai corroso i ponti della primavera, ed ora non potremo più
ripercorrere i magici sentieri dell'avventura, neanche di sghembo o
a tentoni. Giunta è l'ora delle considerazioni, dei rimpianti,
"dell' "in potenza" che mai s'è poi messo in atto.
Perché - ci si dice - perché non me ne sono accorto prima,
perché così distratto?
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Se questo meraviglioso momento si potesse ibernare e mettere in serbo da qualche parte per poi riviverlo all'infinito, molto probabilmente ne perderemmo il senso. Le cose troppo facili e comuni perdono quella fragranza e quella carica d'eccitazione, che arreca solo il desiderio o l'impressione della caducità. Eppure se me ne sto qui a contemplarti in tutto il tuo splendore, e per trattenere in me almeno il fremito di quei tuoi occhi, che ho visto piangere un momento, d'una commozione imprevedibile, per cui ancora più preziosa, e che non si ripeterà.
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Scoprire
quell'attimo sfuggente in cui saresti disposta a cedere e a toglierti quelle difese che ti rendono così inaccessibile. Ma sarà poi possibile? |
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Becco
e contento
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Quei
momenti di rilassamento,
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Dannato quel malvagio, anche se ha la spudoratezza ma - perché no - anche il coraggio di dirlo e di accettarne le conseguenze. Comunque la malvagità al solito si coniuga invece con la viltà, e la viltà con l'opportunismo, anche se lo si gabella per buonsenso.
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Chissà se vedremmo allo stesso modo, ad esempio con gli occhi di un elefante. Probabilmente ogni cosa ed ogni effetto verrebbero ridimensionati a poco più di niente, e noi stessi a poco più di un topo. Meglio accontentarsi subito, dunque, degli occhi di topo.
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Quando tutto filava liscio, e la gente di buona volontà lavorava sodo, guadagnava e comunque era serena, venne il burocrate. E, trovandosi costui su un terreno favorevole, non mancò di moltiplicarsi, finché divenne un esercito. Un esercito di burocrati. E così, dapprima uno, poi due, poi tre se la presero proprio con coloro che sembravano impegnarsi di più, e tanto li tormentarono, e tanto brigarono, tanto li resero infelici che via via se li fecero scappare. Rimase solo chi non aveva niente da perdere, comunque i professionisti del farsi mantenere e al più di attendersi la fatidica manna dal cielo. Reso perciò inutile ogni controllo, ormai quelle torme di burocrati scorazzavano ovunque, piazzavano cartelli di normative dappertutto e sembravano non curarsi per niente dall'aver inaridito ogni fonte di guadagno. Chissà, forse pure loro la manna
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Finché si è talmente miopi da non voler vedere nemmeno al di là del proprio naso, finché ci si riduce a guardarsi da sé, come in uno specchio, anche se deformante, non saremmo mai in grado di compenetrare alcunché della realtà che ci circonda. Ed è l'ombra di questa nostra onnipresente, quanto ingombrante fisicità che s'interpone e, a quanto pare, innanzitutto a noi.
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| Nel bene o nel male, l'intelligenza lascerà sempre una traccia positiva, la forza bruta mai, tanto più se degenera in violenza. | |
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- pensieri sparsi |
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| Opere
pubblicate di Mario Marion |
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| POESIE
- ed. El Sol |
LA
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E TEMPI ed. Biblioteca Cominiana |
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